Per chi avrebbe dovuto essere esposto al Louvre, finire invischiato nei meccanismi della Tv di Stato non deve essere stata pena da poco. Eppure a cavallo tra il ’69 e il ’70, quando la Rai fece naufragare il progetto di un suo Don Chisciotte con Eduardo De Filippo, un clown sovietico come Sancho Panza e Salvador Dalì in qualità di scenografo e costumista, Carmelo Bene incarnò i panni del disgraziato soldato Pannocchia nello sceneggiato Storie dell’anno Mille. Forse più nota nella sua versione cinematografica di 100 minuti col titolo di Tre nel Mille, l’ultima regia di Franco Indovina andrà in onda nelle sue originarie sei puntate per cinque ore e mezza di durata complessiva da giovedì 12 a martedì 17 gennaio su Rai Storia – all’interno del progetto Rewind – La fiction, la storia, le storie – alle 10.30 e, in replica, all’una di notte.

Odissea stracciona di tre soldati di ventura interpretati da Bene, Franco Parenti e Giancarlo Dettori, parte da L’armata Brancaleone per poi affrancarsi gradualmente dal modello e trovare una sua strada fatta di giri a vuoto, fame, continue difficoltà di movimento, assedi, inceppi, baruffe e palpabili paure per l’arrivo del Nuovo Millennio. Nonostante la sigla che scimmiotta il capolavoro monicelliano – nel ritmo arzillo della musica e nelle figure cartonate – la serie apre, di puntata in puntata, a scenari sempre più inaspettati: dalla prima sequenza con la gag del pozzo e il campo di battaglia disseminato di morti si arriva ad una conclusione beffarda come poche. Dopotutto la regia poteva contare sulle firme di Tonino Guerra e Luigi Malerba, autori di un copione che cerca di mediare tra moderata soddisfazione del committente – la Rai congelò poi il tutto, mandandolo in onda con quasi quattro anni di ritardo – e analisi storica, lampi irriverenti e una solidità narrativa tra tragico e comico.

In questo bislacco film di Franco Indovina, che lo aveva inoltre diretto nei panni di un prete nel precedente Lo scatenato (1968), Carmelo Bene vive la millenaristica attesa del suo Pannocchia con la voce di un doppiatore, paradosso non da poco per chi più di ogni altro fu prima suono che immagine.