“Ammettendo che io sia un satirico, è del pubblico che faccio la satira, di ciò che si attende da un film e del suo bisogno di leggervi un messaggio”.  I soliti giochi di Robert Altman.

Se da questa frase emerge il suo sguardo corrosivo sulla realtà ma soprattutto su certi banali osservatori di essa (giornalisti, politici, attori, produzioni hollywoodiane e spettatori stessi) ciò che ancora non appare è la sua, altrettanto irriducibile, voglia di registrare tutta questa indecifrabilità del vivere.

Nato a Kansas City nel 1925, Altman vanta 89 regie: trentacinque da grande schermo fra il 1955 e il 2006, una dozzina fra lavori televisivi e miniserie fra il 1964 e il 2004 ed una quarantina abbondante in singoli episodi di telefilm.

Anche nelle dichiarazioni il maestro del Missouri amava sfuggire, quasi depistare, i luoghi comuni sempre in agguato circa il messaggio del film. Il suo affermare di far tutto  quasi alla rinfusa e senza troppa metodicità, fu una delle sue bugie più preziose per poter lavorare in pace: “Io non racconto mai nulla – aggiungeva –  non ho messaggi da comunicare. Tutto quello che faccio è costituito dall’immettere nel film sentimenti e visioni, e uso la tecnica per consentire al pubblico di scoprirli…”.

In realtà il “niente” che Altman sostiene aver da comunicare altro non è che la disperante incapacità della società contemporanea di raccontarsi e comprendersi.

A fronte della voluta ambiguità quando si esprimeva riguardo il suo lavoro, diventava invece fin troppo chiaro nel fotografare lo stato di salute del cinema in generale, presagendone l’agonia in tempi non sospetti  “Abbiamo un sacco di talenti che non possono fare film perché le grandi compagnie mettono loro continuamente i bastoni fra le ruote.  Se ci riescono debbono farlo quasi di nascosto o, peggio, umiliandosi come talenti. Il risultato? Una quantità di film esaltati dalle pubblicità, festeggiatissimi dal pubblico, ma in cui di qualità autentiche non ce ne sono più di tante…  Se il cinema morirà sarà perché era un’arte, una cultura e l’hanno cacciato a forza tra profitti e perdite…”. (1976)

Dopo l’omaggio dedicatogli un mese fa nella recente retrospettiva della 29° edizione del Torino Film Festival,  è stavolta il turno della Cineteca Comunale di Bologna rendere merito al maestro del Missouri.

Da giovedì 12 gennaio (col documentario del 1957 The James Dean Story, dedicato al divo ribelle deceduto due anni prima)  la Cineteca darà vita ad una corposa retrospettiva sul cinema di Robert Altman.

Un percorso che condurrà lo spettatore in un viaggio attraverso i celebri capolavori corali come la Palma d’Oro a Cannes 1970 M.A.S.H. (16, 17 gennaio), Nashville (12 e 19 gennaio) e Short Cuts (America Oggi, dai racconti di Carver, 24 e 27 gennaio)  ma soprattutto proponendo alcuni passaggi, più interlocutori o meno fortunati, della sua carriera.

Da quel The Delinquents (13 e 14 gennaio) che Altman ricordava soprattutto per le bizze del protagonista Tom Laughlin, fino a solidissimi (ma dalle alterne fortune) Un matrimonio (24 gennaio), Tre donne (26 gennaio) e  Il lungo addio (22 gennaio) ultimo Marlowe chandleriano che Altman, al solito, “occultava” dietro i soliti giochini: “Il fatto più importante è la scomparsa del gatto. Questa è la storia di un uomo che perde il suo gatto e il suo migliore amico”.

Preziosa sarà poi la possibilità di confrontarsi con lo humor visionario di Anche gli uccelli uccidono (15 gennaio) storia del giovane Brewster  McCloud che vive nei sotterranei dell’Astrodomo di Houston ed è impegnato nella costruzione di due ali meccaniche nella speranza di poterci volare. Ma c’è anche l’Altman catodico in questa rassegna.

Prima di imporsi sul grande schermo e nella seconda fase della sua carriera, Altman ha lavorato (anche con Hitchcock) ad alcune serie tv, venendo sistematicamente scaricato per via della sua ingestibilità. A tal proposito, ricordando alcuni passaggi riguardanti la sua esperienza di regista tv,  confessava:  “Un mio assistente mi veniva sempre a prendere alle 5.30 del mattino e siccome io non leggevo mai i copioni, lui me li raccontava strada facendo. Da quel che ricordo erano uno peggio dell’altro…”.

Eppure, anche nelle diverse fasi del suo percorso televisivo, non è mancato quel silenzioso stigma attraverso il quale ci raccontava la realtà inquadrandola come se avesse lasciato accesa la telecamera e lui se ne fosse andato chissà dove.

Ne è efficace testimonianza nella rassegna Tanner 88 (24 gennaio) mini serie tv girata durante le primarie del Partito Democratico nel 1988, e sempre per la tv è stato realizzato l’imperdibile Secret Honour, (20 gennaio) un ritratto/monologo del più disprezzato presidente USA di sempre, Richard Nixon (qua interpretato da Philip Baker Hall).

Il suo ultimo film, uscito nel 2006, Radio America (31 gennaio) è la storia dell’ultima puntata di un popolare show radiofonico di musica folk e country ed è stata anche la sua ultima puntata. Nel marzo del 2006 riceve l’Oscar alla carriera e fa due confessioni. Per alcuni la più importante era quella di essere stato sottoposto (dieci anni prima) ad un delicato intervento al cuore, per altri è quella nella quale, in un minuto, ci svela cosa sia stato il cinema per lui:  “Ho sempre pensato che fare film sia un po’ come costruire un castello di sabbia in riva al mare. Inviti un po’ di amici che ti diano una mano, e costruite insieme questa struttura bella e complessa. Poi ti siedi a guardarla, magari con un drink in mano, e aspetti che la marea la porti via. Ma il castello di sabbia resta intatto nella tua mente…”

Robert Altman si spegne a Los Angeles il 21 novembre di quello stesso anno.

di Cristiano Governa