Nel centenario della nascita la figura di Giulio Einaudi, il fondatore della casa editrice « finita ahimè nella mani di Berlusconi », oscilla tra ritratti apologetici o demolitori, con prevalenza bulgara dei primi dove si trasformano in luce pure le ombre. Nei ritratti demolitori i difetti diventano dominanti, la durezza sadismo e tra gli scrittori ammirati prevale Stalin.
Secondo Sebastiano Vassalli si è parlato troppo e male di Einaudi, da parte di persone che l’hanno conosciuto appena. L’autore della Chimera non nasconde che era facile provare antipatia per lui e ricorda un pezzo perfido del critico Dossena che lo descrive al funerale di Feltrinelli mentre tiene per mano il figlio Carlo e sfoggia una lunga chioma bianca: « Dire che fosse odiato – ricorda Vassalli – è troppo. Era malvisto e anche io ero condizionato da questa fama finché l’ho conosciuto. Mi contattò nell’ 84, quando uscì La notte della cometa. Allora dimostrò la sua grandezza e le sue qualità, quando non era più in trono, ma è ripartito da lì con umiltà per salvare la casa editrice ».
La crisi scoppiata nell’ 83 per i debiti e bilanci taroccati (con false fatture del libraio milanese Aldrovandi, cognato) segna il periodo finale umano e editoriale: « Fu incriminato per falso in bilancio ma avrebbe potuto essere bancarotta fraudolenta, se non fosse stato il figlio del presidente Luigi Einaudi e lui stesso un pezzo della cultura del Novecento ». Vassalli in quel tormentato periodo ruppe l’amicizia con lui perché gli disse che l’unico che poteva salvare la casa editrice era Alessandro Dalai: « Dalai non era simpatico a Einaudi (credo che l’antipatia fosse reciproca) e riuscì a farlo mandare via. Glielo dissi e se la prese. Me ne fece due o tre delle sue. Eravamo a un pranzo a Roma e avevo pubblicato con una piccola collana Einaudi un libro breve, Belle lettere. In un momento di silenzio disse: “Mi hai rovinato la collana…” E in un’intervista a Panorama disse che avevo scritto dei bei libri ma l’ultimo, Cuore di Pietra, non valeva la pena di leggerlo. Pochi mesi prima che morisse mi chiamò e ci riconciliammo ».
Il salvataggio dal fallimento, secondo Vassalli, si deve anche all’intervento di un’autrice, Natalia Ginzburg, allora parlamentare Pci, che si adoperò per far applicare alla casa editrice la legge Prodi con qualche forzatura. Non è d’accordo Piero Fassino: « La Ginzburg si diede da fare per aiutare l’Einaudi ma non ci fu nessuna forzatura – dice il sindaco di Torino -. Berlinguer, poco prima di morire, mi telefonò per chiedermi di occuparmi dell’Einaudi, allora ero a capo della federazione del Pci. Ne parlai col ministro Altissimo e non ci furono ostacoli né forzature per l’applicazione della legge Prodi. L’Einaudi stava a cuore non solo a Berlinguer ma anche a Andreotti e Craxi ». Fassino ricorda con precisione i dettagli della vicenda che portarono al salvataggio e quindi, attraverso una complicata e imprevedibile sequenza finanziaria, a Berlusconi: « Mi pare che l’autonomia della casa editrice sia stata rispettata dai dirigenti Mondadori, a partire da Gian Arturo Ferrari ». Secondo Vassalli, Einaudi, morto nel ‘ 99 a 87 anni, se ne andò anzitempo perché provato dalla tormentata vicenda. Fassino lo ricorda invece come uomo freddo e distaccato nel trattare la transizione. Sia uno che l’altro concordano nel riconoscergli una sensibilità culturale non appiattita a sinistra: « Seppe dare voce anche ad altre componenti fondamentali della cultura italiana: quella liberale e quella cattolica », dice Vassalli. Per questo l’Einaudi andava salvata e perché « è stata il primo caso al mondo di casa editrice di cultura – sottolinea Ferrari – poi copiato in altri paesi, l’unica grande invenzione italiana nella storia editoriale ».
« Al momento della crisi aveva quasi 500 dipendenti e 10 dirigenti, ciascuno con autista – spiega Dalai -. Le dimensioni dello staff erano incompatibili col fatturato. Si arrivò a un passo dallo stato di insolvenza, e per salvarla fu applicata la legge Prodi, con un’interpretazione molto estensiva che fece discutere. Nei due anni e mezzo di amministrazione controllata l’avvocato torinese Rossotto, incaricato del salvataggio, quasi dimezzò il personale e i dirigenti scesero a due. Di autisti ne rimase uno soltanto, il mitico Mimmo Fiorino, al servizio di Giulio. Cerati a Repubblica dice che Einaudi fu vittima delle banche e dei tassi di interesse troppo elevati. Ma era l’epoca dell’inflazione a due cifre, i prestiti erano esosi per tutti. A trascinare l’Einaudi nel baratro fu il rateale delle grandi opere, l’elefantiasi delle strutture e degli organici. E una politica commerciale sbagliata. Alle riunioni del mercoledì Cerati alzava o abbassava le cifre del venduto secondo volontà del patron. E i bilanci erano gonfiati ». Fassino parla di una media di due dipendenti per titolo annuo pubblicato, troppo anche per l’epoca.
Una certa megalomania non è estranea al personaggio, pur tirchissimo come il padre. Aveva una concezione mistica dell’editoria, per le riunioni del mercoledì comprò il castello di Perno e lo vendette nel ’ 95 a una coppia di Svizzeri, ora è un bed and breakfast con sito in tedesco. Lo spirito digerisce le cose più dure è scritto nel simbolo dello Struzzo, anche cacciando la testa sottoterra e poi il resto del corpo.
Saturno, 6 gennaio 2012













