La presentazione della Fondazione per Roma 2020

Roma favorita per ospitare le Olimpiadi del 2020. Lo dicono i bookmakers, che la mettono poco avanti o alla pari con Tokyo. Più distanziate Madrid e Istanbul. Lontane Baku e Doha. Ecco le tappe fondamentali di avvicinamento verso il 7 settembre 2013, quando a Buenos Aires, durante il 125 congresso del Comitato Olimpico Internazionale (Cio), sarà annunciata la città scelta per ospitare i trentaduesimi giochi dell’era moderna dopo Londra 2012 e Rio de Janeiro 2016. Entro il 15 febbraio le città candidate dovranno consegnare una lettera formale di garanzie al Cio, che il 23 maggio stabilirà quali entreranno nel novero delle candidate ufficiali. Per maggio dovrebbero essersi perse per strada Baku e Doha, lasciando il lotto delle città candidate a quattro: Roma, Tokyo, Madrid e Istanbul. Nella primavera del 2013 gli ispettori del Cio valuteranno ‘dal vivo’ le condizioni di ogni città, poi a settembre la decisione. A Roma si respira ottimismo, acuito ancora di più dal cambio di governo. Né Berlusconi Tremonti, al di là delle dichiarazioni di facciata, sembravano voler puntare molto sull’organizzazione dell’evento. Mentre oggi pare che il professor Fortis, presidente del Comitato Compatibilità e Programmazione Economica (una specie di commissione fattibilità) e ‘bocconiano’ come Monti, potrebbe trovare interlocutori più interessati.

E’ ottimista il presidente del Coni, Gianni Petrucci, che in una recente intervista al quotidiano romano Il Tempo ha dichiarato: “Abbiamo delle buone chance: io dico sempre che sarà difficilissimo ma non impossibile. Anche perché abbiamo cinque membri del Cio che contano, non possono votare, ma lavorare per la candidatura e un segretario generale del Coni (Raffaele Pagnozzi ndr) che è anche segretario dei comitati olimpici europei: non mi sembra poco”. Giovedì prossimo, presso la Promoteca del Campidoglio, saranno presentati i risultati della commissione fattibilità del professor Fortis e un sondaggio IPSO di Renato Mannheimer. Da quello che è dato sapere, il sondaggio Ipso vede i romani favorevoli a ospitare l’evento nella propria città, e la commissione Fortis ha stabilito che le Olimpiadi del 2020 potranno essere un volano importante per la ripresa della nostra economia. Ci sarebbe un forte input per il mondo del lavoro, soprattutto a livello giovanile, maggiori investimenti pubblici sulle infrastrutture, i trasporti e la viabilità, un aumento del Pil e una crescita economica diffusa grazie anche all’impegno delle aziende private. A queste sarà appaltata la costruzione del nuovo Villaggio Olimpico e del Centro Stampa, mentre per il resto il 70 per cento degli impianti sportivi dovrebbe essere già pronto.

Niente esagerazioni, nessuna spesa pubblica fuori controllo. Secondo il rapporto Fortis, i costi del progetto possono essere ridotti dagli 8 miliardi inizialmente previsti a poco più di 5. Con enormi vantaggi e ritorni economici sia per la città di Roma che per lo Stato. Petrucci si spinge addirittura oltre, fino ad affermare che “bisogna avere coraggio e capire che l’Olimpiade può essere proprio uno dei passaggi della famosa “fase due” anticipata da Monti”. La parola d’ordine è trasparenza, anche se i nomi che compongono i comitati organizzativi sono sempre gli stessi di sempre. Presidente onorario del Comitato Promotore per le Olimpiadi 2020 è Gianni Letta, coordinatore del Comitato Compatibilità e Programmazione Economica è Franco Carraro (inoltre di quest’ultimo comitato fa parte la meglio imprenditoria del paese, in ordine sparso: Montezemolo, Della Valle, Caltagirone, Geronzi, Elkann). Tutte persone a vario titolo impegnate nella gestione dei grandi eventi sportivi ospitati in Italia negli ultimi venti anni.

Dai Mondiali di Calcio di Italia 90 ai Mondiali di Nuoto di Roma 2009, passando per le Olimpiadi invernali di Torino 2006, sono mancate sia la trasparenza che i vantaggi per i cittadini. Quello che è rimasto sono state strutture fatiscenti e non più utilizzabili, cattedrali nel deserto a deturpare il paesaggio dalle Alpi alla Sicilia. Per tacere degli scandali degli appalti d’oro per i mondiali di calcio e delle infiltrazioni camorristiche e lobbistiche per quelli di nuoto. Questo, abbinato a una manifesta mancanza di potere e di prestigio nelle sedi internazionali, ha portato l’Italia a perdere l’assegnazione delle Olimpiadi 2004 (per cui era favorita) e a vedersi sottrarre l’organizzazione degli Europei di Calcio 2012 e 2016 (per cui era super favorita). Eppure, in vista della presentazione dei risultati del rapporto di giovedì prossimo, l’ottimismo è alle stelle. Il nuovo corso, rappresentato dal Ministro per lo Sport Gnudi e da quello per l’Ambiente Clini, vorrebbe far presagire un Olimpiade ‘sobria’: ovvero austera, pulita (in ogni senso) e vantaggiosa per l’economia del paese.

Ma è possibile, in assoluto? A leggere i risultati dell’inchiesta di due professori della East London University sembrerebbe di no. Gavin Poynter e Iain MacRury nel loro ‘Olympic Cities: 2012 and the Remaking of London‘ (2009) hanno analizzato la cosiddetta ‘eredità’ lasciata dall’organizzazione dei giochi olimpici nelle ultime quattro città, Pechino esclusa. Da Barcellona 1992 ad Atlanta 1996, da Sidney 2000 ad Atene 2004 è emerso che vantaggi e svantaggi si compensano. Che le aree deprivate della città rimangono tali, i posti di lavoro creati dal nulla nel nulla ritornano, che l’occupazione giovanile diminuisce appena dopo la conclusione dei giochi e che il lavoro volontario o temporaneo non si traduce in impieghi fissi o a lungo termine. Che le conseguenze negative sull’ambiente del turismo di massa ne copre i benefici economici. E che in termini urbanistici, poco o nulla di quello che rimane serve a migliorare le condizioni di vita dei cittadini. Insomma, come concludono i due studiosi, quello che di positivo e negativo rimane in eredità alle città dopo le Olimpiadi è frutto della volontà delle amministrazioni locali e nazionali di investire sul territorio, indipendentemente dal fatto che i giochi si disputino o meno.