E’ stata l’indagine più dirompente e clamorosa sull’immondizia napoletana. Ha messo sotto accusa chi avrebbe dovuto ripulire la Campania e invece ne ha aggravato lo scempio ambientale. E’ stata chiamata ‘Rompiballe’, dal contenuto di un’intercettazione telefonica in cui si parlava di ecoballe di monnezza pressata “che se le rompevi, usciva fuori di tutto, anzi apriamole e utilizziamo ciò che esce come scarto”. In una gragnuola di arresti, svelò l’amministrazione pasticciata e scriteriata dell’emergenza rifiuti e gli sversamenti improvvisati e illegali senza rispettare le norme di prevenzione, rivelò inquietanti conversazioni telefoniche di funzionari pubblici consapevoli che si stava giocando sulla pelle dei cittadini, mise sotto inchiesta uno degli uomini più potenti dell’epoca, Guido Bertolaso, il commissario straordinario di tutte le crisi, compresa quella eterna della spazzatura in Campania. Proprio sui reati da contestare all’ex sottosegretario ai rifiuti la procura di Napoli si spaccò in due, con il capo dell’ufficio, Giandomenico Lepore, fautore di una linea morbida verso Bertolaso (prosciolto per le accuse più gravi e rinviato a giudizio solo per alcuni reati contravvenzionali) e i sostituti titolari del fascicolo, Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, che per protesta dismisero le indagini, tolsero la firma dalla richiesta di rinvio a giudizio e in seguito hanno chiesto e ottenuto il trasferimento ad altri uffici giudiziari.

Molto rumore per nulla. Carte seppellite in trenta faldoni che viaggiano tra Napoli e Roma. Non c’è un Tribunale che avvii il processo. A tre anni e mezzo dai provvedimenti cautelari, a tre anni dai primi rinvii a giudizio (avvenuti il 29 gennaio 2009), l’accertamento della verità sui fatti contestati ha preso la piega di un romanzo kafkiano. In pratica non è stata mai celebrata un’udienza vera. Tutto bloccato tra eccezioni di competenza territoriale e pronunce di Cassazione che tardano ad arrivare. Mentre l’orologio della prescrizione continua a ticchettare (le prime scatteranno nel 2014) ‘Rompiballe’ marcia spedita a conquistare un posto in cima tra gli esempi di malagiustizia e inefficienza. Fino a scontentare tutti: magistrati, imputati, avvocati e parti lese, ovvero i cittadini campani vittime, secondo le parole scritte dal Gip Rosanna Saraceno, di “una colossale opera di inquinamento del territorio”.

La storia del processo ‘Rompiballe’ è un gomitolo di nodi. Proviamo a riassumerla. L’inchiesta, su decisione di Lepore, viene divisa in due tronconi. Nel primo c’è la ex vice di Bertolaso, Marta di Gennaro, e altri 24 indagati. Finiscono tutti alla sbarra con accuse pesantissime: smaltimento illecito di rifiuti, truffa, falso in atto pubblico, abuso d’ufficio. Nel secondo troncone c’è Bertolaso insieme ad altri ex commissari straordinari e consulenti della struttura commissariale, la cui posizione viene stralciata per un supplemento d’indagini. Alla fine questi vengono tutti prosciolti per i reati più gravi, ma Bertolaso viene rinviato a giudizio con decreto di citazione diretta per il reato minore di “gestione dei rifiuti in assenza delle necessarie autorizzazioni”: è di competenza del giudice unico e non necessita del vaglio del Gup. Tra le archiviazioni, spicca quella del pm di Napoli Giovanni Corona, per un periodo consulente al commissariato per l’emergenza. Il suo proscioglimento è la palla di neve che poco alla volta diventerà la valanga che ha travolto il processo. Ma andiamo con ordine.

Il processo a De Gennaro&C. inizia davanti al Tribunale di Napoli. I legali degli imputati sollevano un’eccezione. L’inchiesta – sostengono – andava trasferita a Roma per ‘connessione funzionale’ – per la presenza tra gli indagati di un magistrato di Napoli (Corona, ndr), che radicherebbe la competenza presso l’ufficio giudiziario assegnatario dei procedimenti sui colleghi napoletani: Roma, per l’appunto. La Procura napoletana si oppone. Inutilmente. Il 16 dicembre 2009 il Tribunale accoglie l’eccezione e spedisce tutto a Roma. Come nel gioco dell’oca, si torna al punto di partenza. La Procura capitolina deve ricominciare da capo: richiesta di rinvio a giudizio, notifiche, udienza preliminare, seconda udienza preliminare per perfezionare le notifiche (al primo tentativo ce n’è sempre qualcuna che non va a buon fine). Altri mesi e mesi gettati nell’infernale meccanismo della burocrazia giudiziaria. Intanto a Napoli anche il giudice unico che dovrebbe processare Bertolaso si adegua all’ordinanza del Tribunale e si spoglia del fascicolo, inviandolo nella Capitale.

A Roma il colpo di scena. Il pm Barbara Sargenti, ex sostituto della Dda di Napoli, va in udienza preliminare e difende le ragioni dei colleghi inquirenti napoletani: il processo va celebrato a Napoli perché a suo dire la ‘connessione funzionale’ non esiste più con il proscioglimento del magistrato coinvolto. Il Gup ritiene non infondate le ragioni della dottoressa Sargenti e passa la palla alla Cassazione, l’unico ufficio che in questi casi può dirimere il conflitto. E ovviamente anche il processo-bis a Bertolaso si ferma di nuovo. Tutti col fiato sospeso. La sezione di Cassazione investita del caso fissa un paio di udienze, poi congela la decisione. Motivo? Le Sezioni unite della Cassazione, per un’altra vicenda, stanno per emettere una sentenza che farà giurisprudenza sulle controverse questioni della ‘connessione funzionale’. Peccato che questa sentenza debba arrivare, sta per arrivare, ma non è ancora arrivata. E intanto la sezione competente sull’eccezione ‘Rompiballe’ ha fissato una nuova udienza per il 2 marzo 2012. Tre anni e due mesi dopo i rinvii a giudizio. In un paese normale sarebbe un tempo più che sufficiente per emettere una sentenza definitiva di colpevolezza o di innocenza su una vicenda di notevole interesse pubblico. In questo caso forse non basteranno nemmeno a sapere dove e quando iniziare il processo.