“La pirateria somala è un grave problema per il Regno Unito e la comunità internazionale. Come Stato i cui punti di forza e debolezza sono essenzialmente marittimi, Londra dovrebbe giocare un ruolo guida nella risposta internazionale alla pirateria. L’imminente conferenza internazionale che l’Inghilterra ospiterà a febbraio deve produrre risultati immediati”.

Inizia con questo preambolo programmatico il rapporto sui bucanieri della Somalia pubblicato ieri dalla commissione Esteri della Camera dei Comuni e frutto di alcuni mesi di lavoro, raccolta di testimonianze e indicazioni. La conclusione del rapporto è che “la soluzione al problema è nel ristabilire l’ordine sulla terraferma, far cessare l’impunità per i crimini connessi alla pirateria e offrire alternative alla popolazione locale”.

Se “far cessare l’impunità” vuol dire provare a costruire un sistema giuridico internazionale che consenta di processare i pirati secondo regole certe, quel “ristabilire l’ordine sulla terraferma” suona come una chiara allusione alla possibilità di attaccare le basi dei pirati somali.

La relazione della Camera dei comuni dà avvio a quello che sarà un mese determinante per le decisioni europee in tema di lotta al crimine marittimo. Entro gennaio, infatti, l’Ue attende dal comando della forza navale europea che incrocia davanti le coste somale (operazione Atalanta) un primo documento operativo che sarà la base per valutare la possibilità di estendere alla terraferma le operazioni. Lo aveva annunciato alcuni giorni fa Andreas Peschke, portavoce del ministero degli Esteri tedesco, secondo il quale “non è stata ancora assunta alcuna decisione” ma quello che si sta valutando è “la distruzione limitata di strutture connesse con la pirateria sulla terraferma”. Stefan Paris, portavoce del ministero della Difesa tedesco (la Germania ha il comando di turno di Atalanta), ha spiegato alle agenzie di stampa internazionali che in ogni caso non si prevederebbe “l’occupazione del suolo” somalo. Solo blitz, dunque, come quelli che – senza clamore – alcuni paesi europei avrebbero già condotto nel nord della Somalia.

La decisione di avviare lo “studio di fattibilità” su questo tipo di attacchi è stata assunta dal Consiglio europeo del 20 dicembre, che sta valutando anche la proposta di estendere per altri due anni, fino al 2014, il mandato della missione Atalanta, in scadenza alla fine di quest’anno. Inoltre, nei primi sei mesi di quest’anno la Ue sta anche lanciando una missione di addestramento per le marine militari e le guardie costiere dei paesi vicini alla Somalia.

La possibilità di azioni militari a terra è stata salutata con favore dal governo del Puntland, la regione di fatto autonoma del nord della Somalia, le cui forze armate sono a loro volta impegnate nella caccia a pirati. Da parte loro, secondo il sito Somalia Report, i pirati – che il 27 dicembre hanno sequestrato un’altra nave italiana, l’Enrico Ievoli, dell’armatore napoletano Marnavi, con 18 persone di equipaggio di cui sei italiane sono invece pronti a rispondere con le armi ad eventuali blitz europei.

Rimane irrisolta, invece, la questione più complicata, ovvero la sorte dei milioni di dollari che vengono versati per i riscatti di navi ed equipaggi. Tanto che la Commissione esteri della Camera dei comuni “esprime la propria sorpresa per il fatto che si sappia così poco delle somme versate, che solo nel 2011 sono arrivate a 135 milioni di dollari”. Il governo britannico, secondo i parlamentari di Westminster, “è stato particolarmente lento nell’assumere iniziative per rintracciare i flussi di denaro, soprattutto vista la mole di informazioni che potrebbero essere raccolte dalle compagnie britanniche coinvolte”. Scotland Yard ha creato una task force apposita per rintracciare i flussi monetari, ma ancora non si hanno notizie del lavoro svolto dagli investigatori, le cui conclusioni sono attese da tutti i paesi – Italia compresa – attivi tanto nella missione navale dell’Ue, quanto nella decifrazione della rete di complicità internazionali che ha consentito alla pirateria somala, iniziata come autodifesa dei pescatori locali contro l’invadenza dei pescherecci industriali e contro il traffico illecito di rifiuti, di diventare un affare criminale globale.

di Enzo Mangini