Un membro della marina iraniana partecipa alle esercitazioni nello stretto di Hormuz

Una nuova serie di esercitazioni navali nello stretto di Hormuz a febbraio. L’ha annunciata il ministro della difesa iraniano, generale Ahmad Vahidi all’agenzia di stampa Fars, spiegando che si tratterà «nel futuro prossimo» delle «più grandi esercitazioni navali mai organizzate dal Corpo delle Guardie della rivoluzione». I pasdaran, che sono una struttura militare esterna anche se coordinata con il resto delle forze armate iraniane, hanno la propria marina, distinta dalla marina militare. Ed è stata quest’ultima a svolgere i dieci giorni di esercitazioni che nei giorni scorsi hanno fatto salire la tensione tra Iran e Stati Uniti a proposito del controllo dello stretto di Hormuz.

Secondo l’emittente televisiva iraniana Press tv, la nuova serie di esercitazioni si chiamerà «Grande Profeta» e si svolgerà a febbraio, quasi nelle stesse zone dove la marina militare della Repubblica islamica ha tenuto i suoi giochi di guerra.

Le nuove esercitazioni suonano come una sfida diretta al Pentagono, il cui portavoce Little pochi giorni fa aveva detto che la portaerei USS “John C. Stennis” – uscita dalle acque del Golfo persico proprio durante le esercitazioni della marina iraniana – tornerà presto a incrociare in quelle acque, da cui transita il 40 per cento del traffico petrolifero mondiale e che sono l’unica rotta possibile per raggiungere il quartier generale della Quinta flotta, in Bahrein.

Accanto alle prove di forza sul piano militare, la Repubblica islamica continua con il suo braccio di ferro politico contro le sanzioni decise dagli Usa e in via di definizione per l’Unione europea. Il possibile divieto di importazione del greggio iraniano, che Bruxelles sta valutando – anche per rispondere alle pressioni francesi e britanniche – secondo il ministro delle finanze iraniano Shamseddin Hosseini, dimostra che «i nemici della Repubblica islamica non sono riusciti a incatenare la nazione e ora cercano di incatenare la sua economia». «Le sanzioni sono una guerra economica contro di noi», ha detto ancora Hosseini. Tuttavia, nonostante l’Ue potrebbe decidere di far entrare in vigore il divieto già entro la fine di gennaio, i tempi per la sua applicazione pratica potrebbero essere molto più elastici.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, infatti, Bruxelles sta valutando di annettere al divieto un “periodo di transizione” per completare i contratti già in essere e per tenere conto delle difficoltà di alcuni paesi europei, che dipendono in modo massiccio dal greggio iraniano. Per quanto infatti nel suo complesso l’Ue sia solo il secondo mercato di sbocco del petrolio persiano, con il 18 per cento del totale (la prima è la Cina, con il 22 per cento), alcuni paesi ne importano quantitativi considerevoli. La prima della lista è la Grecia, che si affida all’Iran per il 25 per cento dei suoi consumi petroliferi. Al secondo posto, c’è l’Italia (13 per cento) e al terzo la Spagna (10 per cento). I tre paesi Mediterranei, secondo Haaretz, stanno cercando di concordare con gli altri partner europei un “intervallo” di applicazione delle sanzioni che potrebbe estendersi a un anno. Molto di più rispetto ai tre mesi che Francia, Germania, Regno Unito e Olanda sembrano disposti a concedere.

L’Italia, in particolare, è in una posizione complessa – non ultimo per l’impennata dei prezzi della benzina. L’Eni è da molti anni uno dei principali investitori stranieri in Iran, specialmente nel settore del gas naturale (finora esente da sanzioni), ma anche in quello petrolifero. Il governo iraniano ha un debito con l’Eni e, secondo indiscrezioni diplomatiche, l’Italia sta cercando di ottenere che la quota di greggio usato per ripagare questo debito sia esentata dalle sanzioni.

Il primo effetto della minaccia di chiudere i mercati europei al greggio di Teheran, tuttavia, si è già fatto sentire: i futures (le valutazioni finanziarie sul futuro andamento di un determinato bene) del Brent hanno superato i 113 dollari a barile, con un aumento di 6 dollari da quando il presidente statunitense Barack Obama ha promulgato la legge con le nuove sanzioni.

di Joseph Zarlingo