di Filippo Pozzoli

Super Mario e Luigi ubriachi chiedono le elemosina fuori dal Ceasar's Palace di Las Vegas (foto di F. Pozzoli)

Certo, gli amici mi avevano avvisato che se la mia prima volta in America fosse stata a Las Vegas, la cosa sarebbe stata equipollente a perdere la virtù con una qualche pornodiva di grido. Cionondimeno, i miei primi e soli sette giorni oltreoceano nella sin city non han mancato di destarmi qualche riflessione degna – almeno credo – di condivisione. Premesso che le mere ragioni professionali che mi hanno portato in Nevada e il mio status casalingo di brianzolo della porta accanto mi hanno tarpato le ali più cogitabonde e letterarie, il precoce clima di festa che condiva gli States già ai primi di dicembre mi ha comunque concesso occasione di testare con mano alcuni cliché dell’America prenatalizia vista dallo schermo, piccolo o grande.

A cominciare dai gruppi di carolers porta a porta, di dickensiana memoria ma ancora in grand’auge e, qui, dalle pittoresche varianti coreografiche: si va dai gondolieri con improbabili canzoni partenopee nel foyer del Venetian, ai consoli e centurioni in toga nelle catacombe-shops del Caesar’s Palace, fino al gran clou lungo la Strip – agli atti Las Vegas Boulevard – dove procaci Babbe Natale in bikini rosso a bianco pelo invitavano a prendere copia del loro catalogo per notti “festose” a suon di Rockin’ Around The Christmas Tree e, inspiegabilmente, Like a Virgin di Madonna.

Accertata anche la cultura del taxi, da prenotarsi rigorosamente sbracciandosi dal ciglio della strada stando certi del loro onnipresente tempismo. Vista la densità quanto meno doppia rispetto ad auto private  e autobus, si sarebbe detta lecita l’attesa di prezzi stracciati rispetto al Vecchio Continente in cui il tassì rappresenta l’alternativa alto-borghese ai mezzi popolari. Amara sorpresa, dunque, i trentasette dollari spillati per nove miseri chilometri percorsi, forse anche dovuti ad un surplus per il conducente con luminoso copricapo da renna e le quattro tracce natalizie gracchiate dalla radio.

Ben più piacevole conferma trova invece l’easy-living informale e slegato da convenzioni tipicamente made in USA. Vedere il CEO della più grande casa di software per architettura, design e ingegneria del mondo presentarsi in conferenza stampa in jeans e maglina, con bicchiere Starbucks candidamente in mano, ti allenta il metaforico bottone alla cintura della situazione calandoti in un ambiente morbido e conciliante, contrariamente al collo inamidato di giacca e cravatta nostrane che spesso soffoca l’audacia e le relazioni inter personas.

Solo quando, la sera, executives dai contratti a sei zeri improvvisano un can-can a braccetto sulle note di Jingle Bells ti chiedi se un limite sia poi così male.