“La Cina si oppone al fatto che una legge nazionale prevalga sui regolamenti internazionali e imponga sanzioni unilaterali ad altri Paesi”. Con queste parole, il portavoce della diplomazia cinese, Hong Lei, ha fatto riferimento alla legge promulgata sabato dagli Stati Uniti per inasprire le sanzioni finanziarie contro l’Iran, con l’obiettivo di spingere la Repubblica islamica ad abbandonare il suo controverso programma nucleare.

Il messaggio non è diretto solo a Washington. A fine mese, infatti, anche la Ue dovrebbe decidere se adottare verso l’Iran un provvedimento simile a quello appena assunto dagli Usa. La Francia si è già pronunciata, pochi giorni fa, a favore di un inasprimento delle sanzioni internazionali, ma la posizione di Parigi non è condivisa da tutti i paesi dell’Unione. La Germania, in particolare, si trova in una posizione molto delicata. In questo momento è membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma fa anche parte del Gruppo di contatto che ha il compito di tentare una mediazione con Teheran sul dossier nucleare. L’opposizione cinese si somma a quella Russa, con l’effetto di rendere impossibile – come già accaduto per la Siria – una risoluzione comune nel Consiglio di sicurezza per sanzioni più decise, oltre quelle già adottate dall’Onu dopo il rapporto sul programma nucleare iraniano presentato alcuni mesi fa dall’Agenzia atomica internazionale.

La posizione cinese, comunque, non è solo una questione di legalità internazionale. La Cina è uno dei principali partner commerciali della Repubblica islamica, con scambi che hanno raggiunto, negli ultimi anni la cifra di 30 miliardi di dollari, dai circa 400 di 15 anni va. Molte aziende cinesi hanno approfittato dello spazio lasciato dalle aziende occidentali che temono ritorsioni statunitensi se fanno affari in Iran.

Intanto, la valuta iraniana ha perso il 10 per cento del suo valore negli ultimi giorni di tensione. E secondo la Casa bianca è una conseguenza diretta delle sanzioni, che però così colpiscono tutti i cittadini iraniani e non solo il governo o gli apparati militari. Da parte sua, Teheran continua a fare la voce grossa. Il ministro della difesa Ahmad Vahidi ha ripetuto all’agenzia di stampa Mehr che “l’Iran farà di tutto per garantire la navigazione nello stretto di Hormuz”. Dal collo di bottiglia che chiude il Golfo persico transita il 40 per cento del traffico marittimo mondiale di petrolio. Ieri era stato il capo delle forze armate iraniane, generale Ataollah Salehi, a minacciare ritorsioni se la portaerei statunitense “John C. Stennis” dovesse tornare nelle acque del Golfo. La portaerei era stata rischierata fuori dal Golfo dal Pentagono per evitare possibili attriti durante i dieci giorni di esercitazioni aeronavali organizzate dalle Marina militare iraniana. Ieri l’addetto stampa del Pentagono, George Little, aveva risposto alle minacce iraniane affermando che “il dispiegamento di forze militari statunitensi nel Golfo proseguirà come è stato fatto per decenni”. Secondo Little, le Us Navy si muove rispettando le regole internazionali sulla navigazione e mantiene “uno stato di alta vigilanza” per “evitare impedimenti al transito nello stretto di Hormuz”, che è poi l’unica rotta possibile per la base della marina statunitense in Bahrein, dove c’è il quartier generale della Quinta flotta. Lo stesso Little ha però aggiunto durante la conferenza stampa di ieri che “nessuno nel governo statunitense intende arrivare a un confronto per lo stretto di Hormuz. È importante abbassare la temperatura”, ha aggiunto.

E per abbassare la temperatura, o almeno provarci, è arrivato oggi a Teheran il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu. La Turchia, solido alleato degli Usa ma con una propria agenda per l’area mediorientale, si sta assumendo il ruolo di mediatore. In agenda nell’incontro con il ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Salehi non c’è infatti solo la questione del programma nucleare di Teheran e delle relative scosse che sta provocando sulla scena internazionale. I due parleranno anche della situazione in Siria – e i punti di vista sono divergenti, con Teheran a fianco del regime di Assad – nonché di quello che sta accadendo in Iraq, dove i vertici dello stato sono bloccati in un braccio di ferro politico che rischia di far esplodere il paese. Turchia e Iran, mantengono un buon rapporto, e cercano di tenere in piedi un fronte comune, nonostante alcune divergenze, anche per il fatto di essere, assieme a Israele, gli unici paesi non arabi del Medio Oriente.

di Joseph Zarlingo