Non è facile spiegare, neppure ora che l’inchiesta è conclusa, la strana storia della P3. Ancora più difficile è far capire a qualche amico francese o tedesco come sia stato possibile che nel nostro paese un presidente del Consiglio, sia pure Berlusconi, possa essersi trasformato nell’ispiratore di una “società segreta” il cui scopo ultimo era in definitiva quello di risolvere i suoi molti guai giudiziari e qualche opaca trama politica. Complottando al vertice di organi costituzionali o di rilevanza costituzionale per la modifica di norme che non gli garantivano l’immunità (Lodo Alfano), o risolvere annose vertenze con imprenditori nemici (Lodo Mondadori), senza essere mai essere neppure sfiorato dall’inchiesta giudiziaria. Mai indagato e neppure interrogato Berlusconi.

Eppure i suoi vecchi amici, da Marcello Dell’Utri (condannato per mafia) a Flavio Carboni (processato e assolto per l’omicidio Calvi) e a Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl da lui nominato, stanno per essere rinviati a giudizio sulla base di fatti ampiamente documentati e con un carico di imputazioni da far impallidire un criminale incallito. Dalla violazione della legge Anselmi al concorso in associazione per delinquere e poi corruzione, diffamazione e violenza aggravata. Chi più ne ha, più ne metta. Con loro ci sono altri esponenti di rilievo del Pdl: l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, per il quale pendono due richieste di arresto, e il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci. Ma anche un alto magistrato, l’ex presidente di Cassazione Vincenzo Carbone.

L’architrave fragile dell’inchiesta romana sulla Corte di Re Silvio, firmata dai pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Caselli, è in definitiva questa: perseguire il Vice Cesare, ma non Cesare benché Cesare sia citato ben 19 volte nelle migliaia di pagine processuali. Un po’ per burla, un po’ per proteggerlo dalle intercettazioni. Ma la sua identità traspare. Cesare non può che essere lui, Berlusconi. Lo afferma un’informativa della Guardia di Finanza, ma trapela oltre ogni lecito dubbio da una telefonata tra Carboni e Pasquale Lombardi, il tributarista che “sussurrava ai giudici”, in cui il primo annuncia che Cesare non potrà essere presente all’incontro con Verdini, nella sontuosa e un po’ pacchiana dimora di Palazzo Pecci Blunt, ai piedi del Campidoglio, perché in partenza per San Pietroburgo. In volo dall’amico Putin.

Nonostante la sua “assenza” processuale, le 66 mila pagine dell’inchiesta grondano della presenza di Cesare. Più di altre clamorose indagini degli ultimi anni – dalle Olgettine a Ruby, dai festini a Palazzo Grazioli agli strani mènage con Tarantini e Lavitola – la P3 è quella che meglio descrive il “sistema di potere” berlusconiano, dentro e fuori il Pdl. Un sistema familistico e insieme arrogante, predisposto all’intrallazzo e alla violazione sistematica delle leggi, ignaro di ogni regola istituzionale, privo del più elementare senso dello Stato.

A gestire i suoi interessi, e dunque la P3, sono persone a lui legate da antiche, misteriose amicizie o da più recenti e oscuri legami politici. Il siciliano Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, è il viceCesare, il grande capo cui tutti devono rivolgersi per ogni decisione. Il toscano Verdini è il braccio finanziario degli affari che ruotano attorno al suo Credito cooperativo, la Banca toscana da cui sarà costretto a dimettersi al culmine dello scandalo sulla Cricca. Flavio Carboni è il vecchio sodale che gli ha aperto le porte della Sardegna negli anni Ottanta, vendendogli ville e terreni che gli hanno consentito di costruire mezza Costa Smeralda con l’ausilio di soci silenti e pericolosi come Pippo Calò o malavitosi della Banda della Magliana. Ancora al suo fianco, quasi trenta anni dopo, con il Governatore Cappellacci, l’ emergente amministratore che gli ha fatto vincere le elezioni in Sardegna, che il buon Flavio tenta di coinvolgere nel business dell’eolico mettendo nel sacco due imprenditori forlivesi. Tanto rapaci quanto ingenui, pronti a sborsare oltre 6 milioni di euro, prima di agguantare il vento.

Ma in questa storia più delle pale, ruotano i soldi. Tutti si riempiono le tasche all’ombra della P3. L’unico stralcio riguarda un sontuoso regalo da 10 milioni di euro che Berlusconi avrebbe fatto nel 2010 al vice Cesare. Siamo ormai fuori dalla P3, smascherata e disciolta, ma i patti vanno rispettati e la riconoscenza onorata. Parola di Cesare.