Sarebbe veramente un peccato se la campagna intitolata “Riprendiamoci la Rai” restasse una iniziativa dei soli dipendenti del servizio pubblico, come se esso dovesse continuare a rimanere un campo riservato a pretese politiche da un canto e micro-corporative dall’altro. Del resto ai cittadini – travolti peraltro, in questa fase, da ben altre problematiche nei loro rapporti con lo Stato – è stata sollecitata, in rete e sui giornali, solo una protesta contro… il terrificante aumento di un euro e cinquanta centesimi del canone Rai. E intanto ricominciano a volare gli avvoltoi: gli interessati allo smantellamento del servizio pubblico radiotelevisivo.

Il canone, formalmente, è il tributo dovuto allo Stato per la proprietà dell’apparecchio televisivo. Di fatto viene passato alla Rai. Ma nessuno ricorda ai disorientati cittadini che, nella sostanza, di esso non gode solo il servizio pubblico ma anche e forse di più Mediaset. L’attuale assetto del sistema televisivo si basa infatti sul computo delle risorse del settore (canone più pubblicità) e quindi sull’attribuzione del canone alla Rai in cambio di un tetto alla sua capacità di raccolta pubblicitaria. Con il risultato di consentire alle tre reti di Berlusconi dipapparsi due terzi degli investimenti pubblicitari complessivi, lasciando alle tre reti della Rai (che peraltro ha ascolti più alti) solo un terzo.

Quindi è improprio prendersela con la Rai per il canone o con lo stesso canone, che è solo uno degli elementi del sistema (proprio quel sistema che ha consentito non solo l’anti-liberale duopolio ma anche, sul piano politico-istituzionale, questo devastante “ventennio” berlusconiano). L’obiettivo delle proteste e, ancora meglio, dei ragionamenti e di una politica sana dovrebbe essere la riforma del sistema radiotelevisivo, tale da abbattere il duopolio, permettere il massimo del pluralismo praticabile con le molteplici piattaforme in essere e ricostruire una presenza di interesse pubblico – non schiacciato dagli interessi pubblicitari – presidio di informazione e comunicazione di qualità, e di cultura.

Altro che far finta di prendersela con l’aumento di euro 1,50 del canone. Altro che referendum per abolire il canone Rai (37 centesimi al giorno, il più basso in Europa). Altro che cacciare Santoro, ostacolare Saviano, smantellare lo sport, svendere terreni e tralicci, come sta facendo l’attuale dirigenza di viale Mazzini. E comprensibilmente per questo sciopera ilpersonale non giornalistico della Rai: contro ”la cessione di Rai Way; la chiusura delle riprese esterne; la chiusura di Rai International, Rai Corporation, Rai Med e gli uffici di corrispondenza; la rinuncia alle trasmissioni calcistiche; la volontà di ridurre le capacità editoriali e produttive delle sedi Trieste, Bolzano, Aosta, Trento e Palermo; la volontà di non rinnovare il contratto nazionale di lavoro; il piano di riduzione di spazi produttivi che metta a rischio le assunzioni dei tempi determinati e la professionalità di tante risorse interne” e ”per il rilancio del servizio pubblico con investimenti su risorse interne, internalizzazioni di produzioni, riduzione di appalti e consulenze”.

A nessuno – nemmeno al personale non giornalistico – è consentito glissare sugli sprechi, gli sperperi, i privilegi e la dispersione di risorse (economiche, professionali e tecniche) compiuti in questi decenni in Rai, anche con il silenzio quando non con il concorso dei sindacati e comunque con vantaggi (spesso indebiti) per i dipendenti (giornalisti, dirigenti e truppa). Non è nemmeno il caso di ricordare l’elefantiasi di natura clientelare, l’inefficienza, il degrado professionale in atto, le numerose duplicazioni…

Ma la valorizzazione delle risorse Rai – non il loro disfacimento – è la necessaria premessa per i risparmi e i tagli che è senz’altro possibile fare oggi, e per la riforma radicale di domani. Perciò, chi oggi è contro il canone è contro la permanenza di un presidio di interessi collettivi dentro un sistema televisivo che dovrà essere sempre più plurale e sarà sempre più “commerciale”. Basta saperlo (per non fare la figura dell’utile idiota), basta dirlo (senza fare gli ipocriti).

Perciò “Riprendiamoci la Rai” non dovrebbe essere la campagna dei soli dipendenti Rai, ma di tutti coloro che sono consapevoli e convinti della necessità di un servizio pubblico televisivo di qualità. Primo, perché si tratta appunto di un servizio pubblico, con risorse e finalità che riguardano la vita di tutti i cittadini. Secondo, perché se lasciassimo solo in mano ai dipendenti la campagna e, quel che più importa, il servizio pubblico se ne rischierebbe l’immobilismo micro-corporativo e quindi l’esposizione ad un inarrestabile processo prima di marginalizzazione e infine di annientamento.