Il presidente Usa Barack Obama

Barack Obama è partito per le vacanze di fine anno alle Hawaii su una nota “politicamente alta”. L’accordo che proroga di due mesi gli sgravi fiscali sui salari e gli assegni di disoccupazione è una vittoria politica che, dopo mesi, rilancia fiducia e speranza nel campo democratico. Sul 2012 di Obama, l’anno della campagna per la rielezione alla Casa Bianca, pesano comunque tutte le difficoltà e le sconfitte dei mesi passati. Questo un breve compendio di quanto successo, e soprattutto di quello che potrà succedere nei mesi a venire.

Economia e lavoro

La mancata ripresa USA, i milioni di disoccupati, lo spettro della bancarotta del governo federale hanno accompagnato il 2011 di Obama. Il presidente ha puntato in alto – un piano da 4 mila miliardi per la riduzione del debito pubblico – ma si è dovuto accontentare, lo scorso luglio, di un accordo ben più modesto: 917 miliardi di riduzione del deficit e una fantomatica Commissione bipartisan per indicare i tagli futuri. Quei giorni, che sono poi anche quelli del declassamento del debito USA da parte di S&P, hanno segnato il trionfo della strategia ostruzionistica repubblicana e fatto seriamente dubitare della possibilità di un ritorno di Obama alla Casa Bianca.

Poi è successo qualcosa. L’amministrazione ha deciso di abbinare il tema di una tassa per i milionari a quello degli sgravi fiscali sui salari della classe media. La mossa ha avuto l’effetto desiderato. Per proteggere i più ricchi dagli aumenti fiscali, i repubblicani si sono trovati a combattere contro gli sgravi sui salari (contraddicendo tra l’altro uno dei cardini della loro ideologia: la bassa fiscalità). La leadership del GOP si è prima spaccata e poi ricomposta alcuni giorni fa sulla proroga di due mesi, dando l’impressione di un partito allo sbando e incapace di garantire l’interesse generale.

Il passo falso repubblicano dà a Obama una vittoria politica su cui non è però possibile adagiarsi. I prossimi mesi saranno occupati dal tema della crisi e del lavoro che manca. Nessun presidente degli Stati Uniti, dai tempi di Franklin Delano Roosevelt, è stato rieletto con un tasso di disoccupazione superiore al 7,2%. L’attuale 8,6% continua a pesare come un macigno sul ritorno del presidente democratico alla Casa Bianca.

Bin-Laden e il Commander-in-Chief

L’assassinio di Osama bin-Laden, il 2 maggio scorso, resterà come uno degli eventi più memorabili di questa presidenza. “Giustizia è fatta”, dice Obama in un discorso notturno dalla East Room della Casa Bianca, annunciando la morte della “mente” dell’11 settembre. Immediatamente, folle di americani si raccolgono – davanti alla Casa Bianca, a Ground Zero, per le strade di villaggi, città, campagne – per cantare, celebrare, urlare la loro gioia. L’esplosione di gioia di fronte a un omicidio – sia pure del “nemico” – fa sorgere più di una riserva morale, ma rappresenta un indubbio successo per un presidente di solito considerato piuttosto debole come “commander-in-chief”.

All’evento, pur così catartico, è mancata comunque una reale potenza politica. In tempi di war on terror, l’assassinio di bin-Laden avrebbe sicuramente garantito al presidente la rielezione. In tempi di recessione economica, ha garantito a Obama un temporaneo balzo in avanti nei sondaggi. L’eliminazione del nemico pubblico numero uno, con il raid non autorizzato dei corpi speciali nel compound di Abbottabad, ha avuto comunque una ricaduta importante: un ulteriore peggioramento nei rapporti con il Pakistan, mai così cattivi come in questi mesi.

La missione di Abbottabad, portata a termine nel corso di un’operazione congiunta di CIA e marines, svela comunque un dato importante della presidenza Obama. E cioè l’ormai totale identificazione tra corpi militari e spionaggio USA. Il passaggio al Pentagono di Leon Panetta, ex-direttore della CIA, e l’arrivo alla CIA del generale David Petraeus, ex-capo della missione in Afghanistan, mostrano che il confine tra spie e militari americani si è quasi dissolto. Un fatto confermato dalla recente approvazione di una legge che dà all’esercito poteri quasi illimitati nella lotta al terrorismo, e che apre interrogativi inquietanti sull’affidabilità democratica di un blocco di potere militare e di intelligence così vasto e radicato.

Gay, esercito e diritti civili

Il 20 settembre 2011, dopo 18 anni, va definitivamente in soffitta “Don’t ask, Don’t tell”. “I nostri soldati non saranno più costretti a nascondere chi essi sono, per poter servire il loro Paese”, afferma Obama, firmandone l’abrogazione. E’ il momento più alto di un rapporto ormai consolidato tra l’amministrazione Obama e i gruppi LGBT. Non esiste del resto periodo della storia americana più favorevole ai diritti gay di quello del governo di Barack Obama. Dalla decisione di lasciar decadere il “Defense of Marriage Act” (che definisce il matrimonio come esclusiva unione tra un uomo e una donna), alla scelta di estendere i benefici sociali ai partner gay degli impiegati federali, sino all’abrogazione di “Don’t ask, Don’t tell”, questa amministrazione ha dato agli omosessuali americani più di un segno di solidarietà politica ed emotiva.

Resta aperta, è vero, la questione dei matrimoni. Ma anche qui Obama ha detto che la sua opinione “sta evolvendo”, lasciando intendere di essere pronto a superare l’antica preferenza per le unioni civili a favore delle ben più avanzate nozze gay. Le recenti dichiarazioni a favore del gay marriage da parte di esponenti di primo piano dell’amministrazione – come il segretario allo sviluppo urbano Shaun Donovan – lasciano intendere che la strada segnata è proprio questa.

Non mancano comunque le incognite per il 2012. La politica decisamente pro-gay della Casa Bianca potrebbe infatti stimolare la partecipazione elettorale dei gruppi della destra cristiana, a tutto vantaggio dello sfidante repubblicano. Per il presidente c’è poi il rischio di essere superato “a sinistra”. Alle presidenziali 2012, in tutti i 50 Stati, ci sarà un candidato libertarian, Gary Johnson, decisamente schierato a favore dei matrimoni gay. Molti omosessuali potrebbero alla fine scegliere Johnson come proprio “candidato di bandiera”, facendo perdere a Obama segmenti importanti della propria base elettorale.

L’Iraq

Il 18 dicembre l’ultimo convoglio militare americano lascia l’Iraq ed entra in Kuwait. Obama tiene fede alla promessa fatta agli americani durante la campagna elettorale del 2008, quella di “portare a casa i ragazzi” (e d’altra parte nel 2003, da giovane senatore dell’Illinois, aveva detto di “non essere contrario alla guerra in generale, ma di essere contrario alle guerre stupide, come quella in Iraq”).

La fine ufficiale del conflitto – celebrata con una serie di discorsi del presidente e di ammaina bandiera a Bagdad – manca però di forza simbolica e retorica. I convogli americani partono nella notte e l’addio, più che la fine della missione, appare come una fuga in sordina prima che la situazione precipiti. La recente valanga di attentati a Bagdad, l’approfondirsi della crisi politica tra sciiti e sunniti, l’incognita del ruolo dell’Iran nell’area suggeriscono che gli USA non lasciano l’Iraq da vincitori.

La cosa non sembra turbare più di tanto un’opinione pubblica concentrata quasi esclusivamente sui bread and butter issues, le questioni legate al lavoro e all’economia. La certezza di una campagna elettorale giocata sui temi economici (significativamente, l’ex-candidato repubblicano Herman Cain ha potuto rivendicare con orgoglio la sua ignoranza sulla collocazione geografica della Libia) dà comunque modo all’amministrazione di rimandare le decisioni più difficili: su Afghanistan, conflitto israelo-palestinese, rapporti con l’Iran, primavere arabe.

Truman e il Congresso

Il 2011 è stato segnato dal perenne scontro tra Obama e il Congresso. Sono stati soprattutto i rapporti tra Casa Bianca e Camera dei deputati a maggioranza repubblicana a rendere incandescente il clima politico. I 242 deputati repubblicani arrivati a Washington con le elezioni di midterm hanno avuto per mesi un solo obiettivo: minare la credibilità di Obama.

La strategia ha dato frutti parziali. E’ vero che all’inizio di dicembre, Obama aveva firmato soltanto 62 leggi (Bill Clinton, altro presidente democratico costretto a convivere con un Congresso repubblicano, riuscì nel 1995 a farne passare 88). L’ossessione sulla “politica del no” ha però finito col ritorcersi contro gli stessi repubblicani. Troppo impegnati a “distruggere”, i deputati del GOP non hanno costruito quasi nulla. Sempre a inizi dicembre, la Camera era riuscita a votare 326 provvedimenti: il numero più basso negli ultimi 10 anni non-elettorali.

Poco, troppo poco, per placare le ansie degli americani. Poco, così poco, da far passare in secondo piano persino i risultati non entusiasmanti di Obama e consentire al presidente di organizzare una campagna contro il “Do-Nothing Congress”, il Congresso fannullone, che sarà con ogni probabilità una delle sue armi predilette nel 2012. “La gente è davvero scettica sulla capacità del Congresso di agire”, ha detto Obama ai giornalisti prima di prendere l’aereo che lo ha portato alle Hawai per le vacanze.

Il tema del “Do-Nothing Congress” riecheggia quello utilizzato da Henry Truman per vincere la rielezione alla Casa Bianca nel 1948. Solo che il Congresso dei tempi di Truman, attaccato per “non far nulla”, aveva tra le altre cose passato gli aiuti per il Piano Marshall, creato la CIA e votato la riforma dei sindacati Taft-Hartley. Quello di oggi può presentare un bilancio molto più povero, e ciò dà a Obama munizioni per il futuro. E’ in fondo proprio la debolezza degli avversari – dei repubblicani del Congresso e di quelli che si apprestano a battersi per le primarie – la vera forza di Barack Obama. E’ il tono rassegnato, “in minore” dell’America di oggi, della sua politica e della sua società, a costituire il miglior alleato del presidente nel 2012.