Usa 2012, si comincia a fare sul serio. Beh, insomma, non esageriamo: domani, è come se ci fossero le primarie in provincia di Rieti per scegliere il candidato premier d’un partito italiano alle prossime elezioni politiche. Uno penserebbe: “Rieti?; e chi se ne importa”, un trafiletto nella pagine della politica e può bastare. Perché lo Iowa, lo stato rurale del MidWest che apre, domani, la selezione del candidato repubblicano alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, sta all’Unione un po’ come la provincia di Rieti sta all’Italia: capitale Des Moines, due senatori –come tutti gli Stati USA-, quattro deputati, sei grandi elettori (su 538); e non è neppure al centro del paese, come, invece, Rieti.

Il rito dei ‘caucuses’, assemblee dal nome indiano e dai meccanismi complicati e differenziati, tradizionale avvio della corsa alla ‘nomination’, stavolta solo repubblicana – i democratici il loro candidato l’hanno già, il presidente uscente Barack Obama -, ha, invece, ogni quattro anni, un eccezionale impatto mediatico internazionale. Non perché gli elettori dello Iowa ci azzecchino sovente e scelgano il futuro vincitore –anzi, spesso non accade-, ma perché i più sonoramente bocciati nello Iowa si fanno da parte, evitando di spendere altri soldi in una gara persa: il gruppo si sfoltisce e solo i più forti restano in lizza.

Così, potrà accadere che, nella notte italiana tra martedì e mercoledì, uno o più degli aspiranti alla nomination repubblicana –sette più uno, Herman Cain, che s’è messo in panchina da solo, prima che ce lo mettesse l’opinione pubblica, per le accuse di violenza sessuale mossegli da sue ex dipendenti- decidano di ritirarsi.

I repubblicani non hanno ancora espresso un chiaro favorito per la nomination 2012. Il candidato più costante nelle posizioni di testa dei sondaggi è Mitt Romney, che però non ha, o non ha ancora, una credibilità presidenziale, mentre gli altri suscitano fiammate d’entusiasmo quando scendono in campo –volta a volta, Michele Bachmann, Richard Perry, lo stesso Cain, da ultimo Newt Gingrich-, ma poi, nel giro di qualche settimana, mostrano crepe e debolezze che li fanno calare nella considerazione degli elettori.

Lo Iowa s’addice all’ex senatore ‘libertario’ Ron Paul e all’integralista cattolico Rick Santorum, che era finora stato sempre in coda al gruppo e che è invece emerso negli ultimi giorni. Non è, invece, adatto a Jon Huntsman, mormone come Romney, ex ambasciatore degli Usa in Cina, e, sulla carta, neppure a Romney, troppo intellettuale per chi vive da quelle parti.

Così come si presentano le cose oggi, il campo repubblicano appare più indebolito che rafforzato dall’emergere del Tea Party e sembra destinato alla sconfitta, se la crisi economica non porterà al disastro l’America e Obama. Il Tea Party non è così forte da imporre un proprio presidente alla Casa Bianca, neppure se alleato con l’informale ma fortissimo ‘partito evangelico’, ma può condizionare la scelta del candidato repubblicano; e un candidato troppo conservatore e troppo qualunquista faticherebbe a motivare l’elettorato di centro, pur deluso da Obama. E proprio l’incertezza dei repubblicani, che, l’uno dopo l’altro, paiono ‘divorare’ i loro potenziali favoriti costituisce un vantaggio per Obama.