Due giorni fa Lele Mora ha tentato il suicidio in carcere, almeno secondo un comunicato stampa di Uilpa, sindacato dei penitenziari. Lo stesso sindacato ha inoltre aggiunto che probabilmente lo scopo del gesto (l’uso di cerotti piazzati su naso e bocca) non fosse realmente togliersi la vita, ma piuttosto compiere un gesto dimostrativo.

Questa è la ricostruzione dei fatti per come la conosciamo. I fatti, però, possono generare opinioni ed è questo il lato interessante della vicenda. La notizia è arrivata intorno alle 21 e ha portato molti italiani a dire immediatamente la loro sui social media.

Inizialmente si era semplicemente parlato di tentato suicidio. In quei venti minuti è già stato possibile capire quale fosse l’orientamento prevalente di chi ha voluto esprimersi: erano scontenti (qui i tweet con hashtag #lelemora, per farsi un’idea). Non perché una persona in carcere abbia tentato il suicidio, ma perché non fosse riuscito a raggiungere il suo obiettivo.

È un comportamento che mi ha fatto sentire in profondo imbarazzo. Persone che si autodefinirebbero ‘progressisti’, ‘liberali’, ‘tolleranti’, ‘aperti’ ‘di sinistra’, ‘contro la pena di morte’, ‘antifascisti’, ‘non razzisti’ si sono dispiaciute per il mancato suicidio di un personaggio le cui fortune sono dipese da altri italiani che hanno ritenuto interessante ciò che faceva.

Sia chiaro: in queste settimane non ho provato alcuna emozione per i bollettini che giungevano dal carcere di Opera, dove Mora è recluso. ‘Chi sbaglia paga’ è una regola semplice quanto di buon senso, purtroppo non attuata con costanza e rigore nel nostro Paese. Lele Mora merita di essere in carcere e di scontare la sua pena. Non ci possono essere sconti o trattamenti di favore legati alla popolarità, la legge è uguale per tutti e questo è così tanto vero da rendere per certi versi incoerente l’attenzione dei media, in questi mesi, per le fatiche della carcerazione di un singolo uomo. Il quale però è personaggio pubblico e dunque fa vendere giornali, genera click e quindi è appetitoso per chi vive di copie e introiti pubblicitari.

Ma se lo scopo del carcere è rieducativo (o almeno educativo per la società), c’è qualcosa che non va nello sperare nella morte (suicida) di una persona che, restando alle regole civili e democratiche, paga per le sue colpe giudiziarie attraverso una pena. Se qualcuno dei ‘dispiaciuti’ ritiene che Lele Mora debba scontare la sua pena in altri modi, sarebbe interessante capire cosa pensano che sia giusto che faccia.

Bisogna essere molto lucidi in questi casi e bisogna dividere le responsabilità penali da quelle morali e culturali. Lele Mora è ritenuto (a ragione) simbolo di una certa cultura che ha imperato in questi anni in Italia, la cultura del velinismo, del lusso ostentato, dell’ammiccamento all’estrema destra come forma di superomismo, del maschilismo inconfessabile e un po’ omofobo, della riduzione degli spazi di democrazia rappresentativa a vantaggio delle logge, dei clan, delle lobby non esplicite.

Quella cultura si batte sul campo, offrendo un’alternativa a tutto questo. Gli italiani hanno deciso di cedere al fascino di certe cattive abitudini, hanno spesso ammiccato ad alcune di queste ricette, hanno sostenuto politici che hanno incarnato questa idea di Italia, di rapporti tra uomo e donna, tra cittadino e potere, tra ricchi e poveri. Hanno deciso liberamente, in un sistema le cui anomalie non risiedono certamente nell’assenza di regole democratiche quanto, piuttosto, nello scarso pluralismo dell’informazione e in un certo disimpegno sociale (effetto, molto probabilmente, di anni di esposizione alla ‘cultura di Mora’).

Quando è emersa la teoria del gesto dimostrativo e sono arrivati i primi commenti critici nei confronti della ‘speranza del suicidio’ abbiamo assistito a un altro movimento che se possibile è peggiore del precedente. In molti hanno sostenuto che la loro rabbia era nei confronti di chi, Lele Mora in questo caso, aveva ridotto il carcere e il suicidio a una sceneggiata personale.

Chissà dove sono stati e cosa hanno fatto quando hanno letto (se hanno letto) dei sessantasei suicidi e dei mille tentativi in carcere nel 2011, chissà se hanno letto le storie di chi ha preso questa decisione e chissà se hanno diviso i tentativi di suicidio in legittimo e illegittimo sulla base della biografia del carcerato. Chissà se conoscono la situazione delle carceri italiane (Lele Mora a Opera è trattato bene e non ha problemi di vivibilità, come testimoniato da alcuni vip che sono andati a trovarlo, come Iva Zanicchi).

C’è chi spera nei suicidi di qualcuno. Io non sono tra loro, anche se il soggetto in questione fosse la persona più odiosa del mondo.