Del discorso di Giorgio Napolitano, a detta di tutti il più importante della sua presidenza, vale la pena sottolineare questo passaggio: “Vengo da una lontana, lunga esperienza politica concepita e vissuta nella vicinanza al mondo del lavoro, nella partecipazione alle sue vicende e ai suoi travagli. Mi sono formato, da giovane, nel rapporto diretto, personale con la realtà delle fabbriche della mia Napoli, con quegli operai e lavoratori. E’ un sentimento e un’emozione che ho visto rinnovarsi in me ogni volta che ho visitato da Presidente una fabbrica, incontrandone le maestranze (…) Ma non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell’Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale.
Non è stato forse così negli anni della ricostruzione industriale, dopo la liberazione del paese? Non è stato forse così in quel terribile 1977, quando c’era da debellare un’inflazione che galoppava oltre il 20 per cento e da sconfiggere l’attacco criminale quotidiano e l’insidia politica del terrorismo brigatista?”.

Un passaggio rivelatore, l’inveramento cristallino della “migliore” tradizione comunista italiana, quella vera, quella di Togliatti e Berlinguer. Quella cioè della responsabilità nazionale. Non è un caso che Napolitano citi i due passaggi chiave della storia del Pci, l’unità nazionale dal 1945 al 1947 e poi il “compromesso storico” collocato nel 1977 anche se Berlinguer lo teorizzò nel 1973. Si tratta di un’idea di fondo che ha contraddistinto la vicenda politica del gruppo dirigente Pci e dato ritmo alle sue prestazioni più rilevanti nella politica italiana. Il governo Ciampi del 1993 nasce in questo solco e, paradossalmente, solo l’Ulivo di Romano Prodi ha costretto quel mondo a definire un orientamento chiaramente bipolare e alternativista per quanto moderato.

Oggi Napolitano ripristina quella tradizione “compromissoria”, responsabile, improntata al “benessere della Nazione” più che alla difesa degli interessi di coloro che si affidano, e si sono affidati, a quel partito nelle sue varie mutazioni storiche. La lunga tradizione comunista si fa pienamente Stato nella gestione dell’attuale presidente della Repubblica e segna, finalmente, dopo decenni e decenni di battaglie politiche, lo spirito nazionale. Con buona pace di D’Alema, Veltroni e di Pierluigi Bersani che d’ora in avanti dovrà riprogettare tutto.