Se il governo Monti riuscisse effettivamente ad imbastire la mitica fase due stabilirebbe un primato assoluto. Promessa tante volte, dopo le raffiche di tasse e balzelli, da Prodi, Tremonti e Berlusconi, tanto per rimanere agli ultimi dieci anni, si è inevitabilmente infranta contro la barriera degli interessi incoffessabili. Per dare un esempio di quali interessi ci si rifiuta di colpire vorrei ripercorrere un episodio capitatomi qualche anno fa. Magari i ministri che cascano dalle nuvole quando si parla di sprechi (o di uova di struzzo) potranno farsi un’idea di dove reperire risorse in alternativa alle tasche dei contribuenti.

Dovendo subire una operazione al menisco mi rivolsi a un noto ospedale della Capitale, convenzionato con il servizio pubblico. Secondo lo specialista (che nemeno mi toccò il ginocchio) per l’intervento sarei dovuto rimanere in ospedale per sette giorni. Rimasi esterrefatto. Avevo già subito la stessissima operazione in artroscopia all’altro menisco in Inghilterra due anni prima. Entrato in ospedale alle otto di mattina, alle tre di pomeriggio ero già in grado di tornare a casa sulle mie gambe. Possibile che una delle più famose e prestigiose clinche universitarie romane potesse essere così arretrata?

In camera caritatis mi viene spiegato che dal punto di vista clinico non c’era nessun bisogno, ma se fossi stato ricoverato meno di tre giorni l’ospedale non sarebbe stato “pagato abbastanza”.

La spiegazione più dettagliata è racchiusa in un acronimo inglese DGR (Diagnosis Related Group). Mentre una volta gli ospedali venivano rimborsati a pié di lista, i meccanismi di controllo della spesa introdotti negli anni, hanno stabilito che per ogni malato venga fatta una diagnosi. A seconda della malattia l’ospedale riceve un pagamento per il periodo di ricovero, che comunque non può eccedere un tempo massimo di degenza.

A meno che non sopravvengano complicazioni. E qui casca l’asino (o lo struzzo).

Il sistema presenta due punti deboli in assenza di controlli efficaci: 1) che si esagerino le complicazioni 2) che le degenze vengano spinte verso il massimo consentito senza che ve ne sia una reale necessità.

Come fare per impedire che gli amministratori degli ospedali per aumentare i ricavi suggeriscano (o impongano?) ai medici di fingere complicazioni o di prolungare i ricoveri oltre il necessario? Bisognerebbe controllare non solo che i tempi di degenza rientrino nei limiti, ma che vengano monitorati anche i tempi medi per ogni tipo di prestazione. E ovviamente si dovrebbe effettuare un controllo pervasivo quando in un certo ospedale si verificassero troppe (da un punto di vista statistico) complicazioni.

Non bisogna dimenticare che gonfiare i tempi di degenza (cosa già di per sé grave), impone altri costi alla collettività e alle finanze pubbliche in termini di giornate di lavoro perse, di rimborsi per malattia, di disagi per i parenti. Inoltre gli ospedali hanno scarso interesse ad aumentare gli investimenti in sale operatorie e preferiscono aumentare i posti letto, visto che questi rappresentano una lucrativa fonte di reddito. In effetti, come ammise lo specialista romano, almeno nell’ospedale in questione, non c’era nessun problema di posti letto che anzi erano in eccesso, ma il vero collo di bottiglia per le prestazioni ai pazienti erano le sale operatorie (da cui deriva il problema delle lunghe liste di attesa ben noto ai cittadini).

Caro neo Ministro tecnico della Sanità e cari governatori delle Regioni perché non divulgare i dati sui tempi medi di degenza negli ospedali per tipologia di intervento? Credo sia utile far conoscere all’opinione pubblica nonché a deputati, senatori e consiglieri che votano senza battere ciglio tasse e che si stracciano le vesti per i tagli (quasi sempre inesistenti) ai loro bilanci, informazioni utili a stabilire quanta parte della spesa sanitaria può essere considerata sociale e quanta invece alimenta il parassitismo e la malavita.

Bisognerebbe insomma dare all’opinione pubblica le informazioni utili a capire quali regioni gestiscono la sanità in modo efficiente e quali tollerino gestioni disinvolte. Tra l’altro non è detto che il malcostume sia universale. Infatti invece di rendermi complice della delinquenza legalizzata laziale decisi di fare l’intervento a Campobasso. Analogamente a quanto era avvenuto in Inghilterra, entrai in ospedale la mattina, feci le analisi, dopo un paio d’ore subii l’intervento in anestesia locale conversando amabilmente con il chirurgo e nel pomeriggio tornai a casa sulle mie gambe. Dagli infermieri, ai tecnici, all’anestesista, tutti furono estremamente gentili, precisi ed efficienti. Le strutture ospedaliere e la tecnologia, va aggiunto, erano migliori di quelle della clinica privata dell’elegante sobborgo londinese dove avevo subito il primo intervento.