Caro Direttore, sono un assiduo lettore del Fatto fin dalla sua nascita; non sono abbonato perché preferisco comprarlo dal “mio” giornalaio per cominciare con lui i primi commenti che poi proseguono con i “miei” interlocutori di via Ripetta (il macellaio, il medico, il farmacista e così via). Mi sento quindi autorizzato a dirle che gli ultimi numeri mi lasciano interdetto. Critica va bene ma non ad ogni costo e comunque con espressioni adeguate: con il predecessore il compito era facile tanto disgustosi erano i suoi comportamenti; ma ora è diverso, abbiamo a che fare con persone che meritano “rispetto per il loro impegno e la loro tensione morale” per dirla con Napolitano. Nel passato fui con Einaudi e De Gasperi che salvarono lira e Paese; poi con Pertini per il suo rigore; ebbi alta stima per Berlinguer; quanto a posizione politica sono stato e sto con Bobbio. Oggi sto con Monti, senza se e senza ma; e sto con Bersani per la fatica che un uomo dabbene deve fare per controllare la “ciurma”, Tenga le mie osservazioni nel conto che crede; ma non deludete quanti guardano alla concordia per il bene del Paese. Con i più vivi auguri.
Carlo L.

Ho scelto questa lettera perché esprime in modo affettuoso ma severo un’opinione abbastanza diffusa tra i lettori del Fatto, e mi consente quindi una riflessione sul nostro giornale mentre finisce un anno e ne comincia un altro. Davvero stiamo esagerando con le critiche a Monti? Davvero non ci rendiamo conto di quanto siano autorevoli e perbene coloro che ci governano adesso, soprattutto se paragonati al Caimano e alla sua banda? Davvero non comprendiamo che hanno la salvezza dell’Italia nelle loro mani e che bisognerebbe lasciarli lavorare in pace?

Cercherò di rispondere. Prima, però, un passo indietro. Quando nel novembre scorso, a causa del catastrofico spread e grazie (forse) a una telefonata della Merkel al Quirinale, il regime berlusconiano venne giù come un castello di fango, fummo a lungo molestati da chi malignamente ci chiedeva: e adesso che cosa scriverete? Pronosticandoci una rapida emorragia di copie e magari la chiusura. Beh, un lieve calo c’è stato, dobbiamo ammetterlo, ma solo perché non avevamo previsto che nei mesi estivi, quando complici le vacanze solitamente i quotidiani vendono di meno, il Fatto sarebbe andato letteralmente a ruba. In quelle settimane la tensione per il rischio di default causato da un governo tra i più dissennati (le quattro o cinque inutili manovre) era alle stelle. Fino a deflagrare nell’indimenticabile 13 novembre con la cacciata di Berlusconi, le famose monetine e la folla osannante. È chiaro che il boom di copie e di ascolti tv di quei giorni non poteva durare. Lo sapevamo: l’overdose di escort, leggi vergogna, barzellette sporche, pessime figure internazionali e mascalzonate varie che a lungo avevano mantenuto l’informazione tutta in uno stato di sovraeccitazione avrebbe rapidamente esaurito il suo effetto. Era arrivato il professor Mario Monti. La quiete dopo la tempesta. Il silenzio dopo l’orribile frastuono. Ma soprattutto un bisogno diffuso di armonia, di serenità, di adesione “senza se e senza ma” ai salvatori della patria: gli stessi sentimenti così bene espressi da Carlo L. e che sono un po’ lo spirito del tempo che viviamo.

A Carlo diciamo che il Fatto non è nato contro Berlusconi ma durante Berlusconi. Che la nostra piccola missione non era quella di abbattere il tiranno (non spettava a noi) ma di affermare un principio: anche in Italia si può fare giornalismo vero senza chiedere il permesso a nessuno e affidandosi solo all’autonomia di chi scrive e alla fiducia di chi legge. Abbiamo giudicato l’arrivo di Monti e della sua squadra un’ottima notizia, lo abbiamo scritto e continueremo ad affermarlo. Ma se i cittadini hanno tutto il diritto di esprimere il loro appoggio incondizionato, ciò a chi fa dell’informazione vera non è consentito. Quando l’arrivo dei tecnici è stato salutato da un’alluvione di melassa con l’elegia della sobrietà, del loden sobrio, del trolley sobrio e del taglio dei capelli sobrio non potevamo certo tacere e ci abbiamo riso sopra. E quando, subito, abbiamo scoperto che un superministro come Corrado Passera era gravato da un pesante conflitto d’interessi con il suo precedente incarico al vertice di Intesa San-paolo, lo abbiamo scritto a chiare lettere. Ma se all’inizio eravamo in perfetta solitudine che ieri sul Corriere della sera, Milena Gabanelli e Giovanna Boursier abbiano richiamato il titolare delle Infrastrutture a una maggiore trasparenza non può che farci piacere.

Sappiamo bene che la manovra era indispensabile ma se in essa al di là degli annunci rassicuranti troviamo molto rigore, poca equità e niente sviluppo, dobbiamo forse tacerlo in omaggio alla “tensione morale” di chi l’ha varata? Certo, possiamo sembrare dei rompiscatole quando solleviamo il problema delle frequenze tv che non possono essere regalate a Mediaset. O quando denunciamo lo scandalo delle licenze gratis ai boss delle slot machine. O quando raccontiamo lo scandalo dei vitalizi distribuiti a piene mani dalla giunta Polverini. O quando pubblichiamo le incredibili note spese dell’Agenzia del territorio diretta guarda caso dalla sorella di Alemanno. Che poi il premier ironizzi sulle 30 uova di struzzo decorate e donate “per esigenze di rappresentanza” non ci dispiace affatto. Ma se i suoi encomiabili propositi di tagliare le unghie rapaci della casta resteranno lettera morta, lo scriveremo proprio per la stima che abbiamo di lui. Sul primo numero del Fatto assicurammo che non avremmo fato sconti a nessuno. Lo ribadiamo con forza anche se in certi casi avvertiamo anche noi il rischio di una critica che può indebolire l’ultima carta che possiamo giocarci per non finire tutti quanti nel burrone.

Ma non c’è governo e non c’è emergenza che possono impedire alla libera stampa di fare il suo lavoro. Né può funzionare il sottile ricatto morale del “se non stiamo attenti torna Berlusconi”. Per la verità questo Monti non ce lo chiede. E siamo convinti che non ce lo chiederanno neppure i nostri lettori in forza del patto che abbiamo stretto con loro.

PS. Malgrado l’assenza di Berlusconi e delle sue girls il Fatto continua a godere di ottima salute. Sì, possiamo farne tutti quanti a meno. Auguri di un felice 2012.

Il Fatto Quotidiano, 31 dicembre 2011