Sergio Chiamparino e Piero Fassino

Chiamparino scalatore, Chiamparino professore, Chiamparino cronista sportivo. E poi, leader del Pd nazionale, leader del Pd del Nord, numero uno del ticket con Nichi Vendola, anzi no, numero due di quello con Matteo Renzi. Con tutti i ruoli che negli ultimi tre anni si sono affiancati al suo futuro, l’ex sindaco “più amato dagli italiani” potrebbe ben competere con Paperino.

Tuttavia l’interessato – che al gioco del “cosa farò da grande” ha spesso partecipato volentieri in prima persona – sembra destinato alla poltrona che in molti, a Torino, hanno sempre pensato essere il suo desiderio più forte: la presidenza della Compagnia di San Paolo, volgarmente detta “il bancomat dell’amministrazione”. Chiamparino, fedele al tipico understatement sabaudo che l’ha caratterizzato non solo politicamente, non conferma: “Non c’è nulla di concreto – dichiara – è presto per commentare. Comunque sì – prosegue – ne ho parlato con Fassino e gli ho detto che, se il mio nome servirà a rafforzare il ‘sistema-Torino’, non mi tirerò indietro”. Una precisazione non da poco: ad aprile, scade l’attuale Consiglio generale della Compagnia e al nuovo (nominato principalmente da enti locali e Camere di Commercio) spetterà la designazione del nuovo presidente che, secondo una prassi finora mai infranta, è sempre stato il primo dei due nomi indicati dal sindaco di Torino.

La Compagnia, vero centro di potere della città e non solo, è il primo azionista di Intesa Sanpaolo e, almeno fino a due anni fa, ha incassato i principali dividendi della banca, poi distribuiti alla ricerca, all’istruzione, all’arte, al sociale. Un ricco ‘bancomat’ che la crisi non ha comunque risparmiato ed è questo – secondo alcuni osservatori – il motivo per cui una nomina politica sarebbe prediletta: “Per distribuire i finanziamenti – racconta un membro dell’attuale Consiglio – basta un buon tecnico. Ma in un momento in cui i soldi scarseggiano dovunque, una personalità che bilanci l’inesperienza con il carisma e la capacità di intessere rapporti, probabilmente, è l’ideale”.

L’identikit perfetto di Sergio Chiamparino: “Ma se il mio nome provocherà tensioni tra politica e altri mondi – precisa l’ex sindaco – allora lasciamo perdere”. Fedele alla linea, Chiamparino lancia il sasso e nasconde (appena appena) la mano. Di certo, per ora, chi credeva in lui come possibile futuro leader del Pd, dovrà aspettare oppure rassegnarsi. Eppure era soltanto poche settimane fa, la Leopolda, quando il suo nome, insieme al padrone di casa Matteo Renzi, era tornato in pole position: “Potrei candidarmi alle primarie – aveva detto il 30 ottobre – perché sono uno dei non tanti esponenti del centrosinistra che ha un’esperienza positiva di governo. E potrei dare la mia disponibilità, anche non come numero uno. Per fare gioco di squadra, insomma”.

L’ultima, in ordine di tempo, tra le molte dichiarazioni di disponibilità degli ultimi anni: dal ticket con Vendola, di moda nell’estate 2010, al “Partito democratico del Nord”, caldeggiato nel 2008, passando per la carica di “ministro ombra” del Federalismo, ruolo in cui ebbe modo di ricevere ripetuti apprezzamenti da Bossi & c. Un capitolo che sembra chiuso: “Ne ho ancora parlato pochi giorni fa con il responsabile della segreteria Migliavacca – sospira Chiamparino – ma le elezioni sembrano lontane, quindi…”. Quindi meglio non perdere tempo e concentrasi sulla Compagnia di San Paolo, dove la luce è meno forte ma la sostanza è più concreta. Un approdo in linea con una carriera politica iniziata come un diesel. A Torino, città in cui il Pci arrivò a sfiorare il 40 per cento, il Pds ottenne sotto la sua guida il minimo storico alle amministrative del 1993, appena il 9,5 per cento (ma il centrosinistra era diviso tra Valentino Castellani, poi eletto sindaco, e il “vecchio” Diego Novelli).

L’anno successivo, alle politiche del 1994, Chiamparino subì l’onta di essere sconfitto dal candidato di Forza Italia Alessandro Meluzzi nella storica roccaforte rossa della circoscrizione Lingotto-Mirafiori Sud. Si rifà nel 1996, ma la sua vita cambiò il 1 marzo 2001, il giorno in cui morì improvvisamente Domenico Carpanini, che per fare il sindaco sembrava nato. Era così amato che lo avrebbero votato persino i taxisti. Lo uccise un ictus, durante un dibattito con l’avversario Roberto Rosso. Chiamparino fu chiamato a sostituirlo; strappò un testa a testa al primo turno, vinse nettamente il ballottaggio. Poi, nel 2006 (l’anno delle Olimpiadi invernali) il trionfo della rielezione con il 66,6 per cento dei voti al primo turno contro il malcapitato Buttiglione. Inizia l’era del “sindaco più amato dagli italiani”. “Chiamparino alla Compagnia di San Paolo? – commenta Roberto Cota, presidente della Regione – Non so se voglia fare quello, sarebbe una scelta diversa dalla politica”. O forse no.

da Il Fatto Quotidiano del 31 dicembre 2011