Benzina e autostrade. Un mix di aumenti che può costare assai caro agli italiani (ancor di più se sul piatto si mette anche la Rc auto). Le batoste sui pedaggi partiranno da domenica primo gennaio, lo confermano al Fatto Quotidiano fonti governative, per i carburanti, invece, l’impennata è già una dura realtà: ieri il prezzo consigliato nei distributori dell’Eni stabiliva un nuovo record (1, 722 euro al litro per la ‘verde’ e 1,694 per il diesel).

Un anno fa, per capirci, si pagavano quasi trenta centesimi al litro in meno: questo significa, a stare a un calcolo del Codacons, che un pieno di gasolio per un’auto di media cilindrata in dodici mesi è aumentato di 17,3 euro, di 13 euro se si va a benzina. Vale a dire, con un paio di pieni al mese per un anno, un salasso che supera i 300 euro. La colpa, dice Luca Squeri, capo della Federazione dei benzinai (Figisc), è dei governi Monti e Berlusconi: “Se le quotazioni internazionali del greggio e dei prodotti finiti hanno pesato per il 25 per cento sull’aumento dei prezzi in Italia, per il 75 per cento vi hanno invece influito gli aumenti di accisa e Iva. Oggi, senza quegli aumenti, la benzina costerebbe 19 centesimi/litro in meno e il gasolio 22”.

Critica condivisa da Carlo Rienzi, ma il presidente del Codacons ci aggiunge pure “i soliti aumenti speculativi dei prezzi alla pompa che si registrano puntualmente in occasione delle grandi partenze”. Come che sia, pare che grazie a questi prezzi record durante queste feste se ne andranno in fumo – letteralmente – 215 milioni di euro in più in tutto. Disperati gli agricoltori: per loro, infatti, non solo aumentano i costi di produzione, ma prosegue quel circolo vizioso per cui i consumatori spostano sul trasporto quanto prima spendevano per la tavola. Poi c’è il problema delle tariffe autostradali, che sono una fonte di guadagni enormi per i titolari di concessioni (Benetton, Toto, gruppo Gavio, enti locali, Anas) nonostante un rischio di impresa pari a zero.

Un recente studio della Cgia di Mestre spiega meglio di mille parole quello che è successo al prezzo dei servizi pubblici in questi dieci anni: “Se in poco più di un decennio – dal 2000 all’ottobre di quest’anno – il costo della vita è aumentato del 27,1 per cento, la tariffa dell’acqua potabile, per esempio, è cresciuta del 70,2 per cento, quella della raccolta rifiuti del 61 per cento, i biglietti dei trasporti ferroviari del 53,2 per cento”. Buoni quarti, proprio i pedaggi autostradali: + 49,1 per cento, ventidue punti più dell’inflazione. Nel 2010, per dire, l’aumento medio è stato superiore al 6 per cento con un picco straordinario del 19 per cento per la Torino-Milano.

Insomma, una crescita che non conosce sosta e non ha più ragion d’essere nella remunerazione dell’investimento iniziale (la costruzione dell’autostrada), ormai ammortizzato del tutto o quasi, né per la qualità e tempestività degli investimenti fatti sulla rete: per la prima ognuno può giudicare viaggiando in macchina, per la seconda basti citare la Banca d’Italia, secondo cui molti concessionari non hanno completato neanche il 60 per cento degli ampliamenti previsti nel 1997 e appena il 3 per cento di quelli proposti nel 2004. Nonostante questo le società del settore raccolte nell’Aiscat hanno chiesto quest’anno aumenti medi tra il 3 e il 5 per cento.

D’altronde è così che funziona. Il meccanismo che regola le tariffe autostradali si chiama price cap, una sorta di tetto al prezzo di un servizio che si usa in caso di monopoli naturali, laddove cioè la spinta all’efficienza e alla diminuzione dei costi sarebbe pressoché nulla. Nel merito, per stabilire il costo delle autostrade si usano vari parametri: il recupero del 70 per cento dell’inflazione programmata, gli investimenti sulla rete, la qualità del servizio (tra cui il numero di incidenti), gli obiettivi di risparmio indicati dal regolatore (Anas). Teoricamente, insomma, potrebbe anche darsi che le tariffe diminuiscano, solo che non è mai successo: a settembre i concessionari presentano la loro proposta di adeguamento tariffario, l’Anas fa la sua istruttoria per capire se il prezzo è giusto e presenta la sua (non necessariamente la stessa) ai ministeri competenti – Tesoro e Infrastrutture – che devono prendere una decisione entro il 31 dicembre. Il governo, ha proposto ieri il Pd Michele Meta, blocchi gli aumenti per il 2012 per “evitare di pesare ancor di più sui già prosciugati bilanci familiari”. Non è possibile, è la risposta raccolta da ambienti dell’esecutivo: “Stante il sistema vigente delle concessioni si tratta di un adempimento obbligatorio. E’ vero che qualcuno ha provato in passato a bloccare le tariffe, ma poi dopo sei mesi ha dovuto concedere aumenti anche maggiori per recuperare”. Non è ancora chiaro se Monti e Passera concederanno aumenti fino al 5 per cento come chiedono i concessionari: se può essere un indicatore, però, negli ultimi due giorni la Atlantia dei Benetton ha guadagnato quasi due punti in Borsa.

da Il Fatto Quotidiano del 30 dicembre 2011