Ieri il Ministero per i Beni e le attività culturali ha messo a bando una posizione davvero cruciale: la Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte contemporanea. È la posizione apicale da cui dipendono il contrasto alla quotidiana distruzione del paesaggio del nostro paese, la tutela del patrimonio storico e artistico, la promozione dell’arte contemporanea e molto altro ancora.

Per fare qualche esempio tratto dalla cronaca di queste ultime settimane: è il direttore generale che decide se i pareri (purtroppo solo consultivi) del comitato tecnico-scientifico degli storici dell’arte vanno seguiti oppure no, e se dunque si può spedire all’ennesima mostra di cassetta in Russia il solito Giotto ormai usuratissimo. O è ancora lui che potrebbe intervenire quando una dirigente importante dell’Opificio delle Pietre Dure denuncia che le è stato imposto di «operare danneggiamenti alla superficie pittorica» degli affreschi di Vasari a Palazzo Vecchio perché Matteo Renzi si accanisce a fare marketing cercando, sotto di essi, un Leonardo che non c’è.

L’attuale direttore generale era una funzionaria molto corretta, Antonia Pasqua Recchia, appena diventata il primo segretario generale donna nella breve storia del Mibac, al posto del discusso architetto Roberto Cecchi, balzato dai ranghi ministeriali a quelli politici con la nomina a sottosegretario.

Anche Cecchi era stato direttore generale per il Paesaggio, le Belle Arti etc.: e fu in quella posizione che decise di comprare un Cristo ligneo improbabilmente attribuito a Michelangelo, e in realtà prodotto di un crocifissaio seriale della Firenze del primo Cinquecento. Pensò bene di farlo senza chiedere uno straccio di parere terzo, e pagandolo 3.250.000, quando il valore commerciale di quell’opera si aggira (nel migliore dei casi) intorno ai 50.000. Un caso su cui sta, comprensibilmente, indagando la Corte dei Conti. Sempre da direttore generale, nell’autunno del 2009 egli tolse il vincolo ad un preziosissimo mobile settecentesco, contro il parere dell’Ufficio legislativo del MiBAC, e facendo invece leva sull’unica voce stranamente fuori dal coro, quella del Comitato tecnico scientifico. Grazie alle intercettazioni telefoniche e agli interrogatori disposti dalla Procura di Roma si è poi appreso che proprio Roberto Cecchi aveva condotto alle riunioni di quel comitato l’avvocato dei proprietari del mobile: un comportamento senza precedenti, e assai irrituale da parte di chi doveva agire nell’esclusivo interesse dello Stato. Per questa vicenda Cecchi è stato indagato per abuso d’ufficio e non rinviato a giudizio (a differenza del legale, curiosamente). Se si aggiunge che come commissario straordinario dell’area archeologica di Roma, Cecchi è stato accusato da Italia Nostra di «riprovevole carenza di trasparenza amministrativa», e che è stato sempre lui il responsabile della svendita del Colosseo alla Tod’s di Diego Della Valle si potrà forse capire come mai il contrariato ministro Ornaghi non gli abbia ancora dato, a un mese esatto dalla nomina a sottosegretario, alcuna delega.

È dunque probabile che Cecchi si stia un poco pentendo di aver abboccato all’amo della tentazione politica: senza deleghe rischia di trasformarsi nel tagliatore di nastri ufficiale del Mibac, mentre il suo potere interno viene smantellato pezzo a pezzo.

Se il nuovo Direttore generale sarà un funzionario «senza rispetti umani», con la schiena diritta e capace di rispondere solo alla Costituzione, alla scienza e alla coscienza, vorrà dire che, al Mibac, le cose avranno ripreso a girare nel verso giusto. Ancora un po’ di pazienza, e lo capiremo.