Affido oggi al mio blog una riflessione stimolata dai commenti al mio post precedente. Sono certo che questo argomento è stato trattato ampiamente e molto meglio di come farò io da filosofi e sociologi; ma, a volte anche una riflessione semplicistica può essere utile. Esistono diritti, che voglio chiamare assoluti, sui quali noi intendiamo confrontarci con una idealità non raggiungibile: la libertà di pensiero e di parola, l’uguaglianza della legge per tutti, etc. Qando i rivoluzionari francesi scrissero la loro meravigliosa Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, non intendevano mediare o adattare al loro Paese soluzioni già sperimentate altrove: facevano dichiarazioni di principio assolute e sottratte ad ogni compromesso o negoziato.

Non tutti i diritti e non tutti i principi sono assoluti, anche se talvolta ci vengono proposti come tali. Istruzione, cure mediche, pensione, etc. sono diritti del cittadino la cui estensione dipende da scelte politiche e compromessi: voglio chiamarli diritti relativi. Il motivo principale per il quale un diritto è relativo, piuttosto che assoluto, è che i cittadini intendono tassarsi solo fino ad un certo punto per permettere allo stato di sostenerne i costi. Un diritto relativo è altrettanto giusto e garantito che uno assoluto, però è soggetto ad essere rivalutato e rinegoziato ove necessario.

Il diritto allo studio comporta che tutti gli studenti abbiano accesso ad Università come Harvard, costantemente tra le prime nelle classifiche internazionali? Puo’ darsi; però Harvard costa allo studente 70.000 dollari all’anno, 50-70 volte più di una Università pubblica italiana; chi pensa che tutti gli studenti italiani abbiano diritto a questo standard deve mettere mano al portafogli (e comunque non basta). Negli Usa c’è Harvard ma non c’è il diritto allo studio: per andare ad Harvard bisogna essere molto bravi e molto ricchi. Se noi, per lunga tradizione culturale, riteniamo che in Italia una qualche forma sostenibile di diritto allo studio ci debba essere, e che l’Università non debba essere un privilegio ma un diritto, è ovvio che ci servono tante Università, della migliore qualità che ci possiamo permettere. Il nostro problema non è formare l’eccellenza ma garantire un livello qualitativo minimo accettabile: dobbiamo migliorare le situazioni cattive, piuttosto che premiare ulteriormente quelle buone.

Una classica truffa da politicanti è quella di promettere un diritto relativo come se fosse assoluto, prescindendo dai suoi costi; Berlusconi è stato un maestro di questo tipo di truffa e tantissimi elettori gli hanno creduto. Tutti i diritti per tutti, e al contempo abbassare le tasse, eliminare l’Ici, etc. Questa politica, oltre a scardinare le finanze dello Stato, ha avuto pesanti ripercussioni sulla qualità del servizio pubblico. Poi, una volta fatto il disastro, la colpa è stata riversata sui dipendenti pubblici grazie ai compiacenti Ministri Brunetta e Gelmini: la scuola italiana funziona male per colpa degli insegnanti, l’Università per colpa dei baroni, la sanità per colpa dei medici. Non è mai un problema trovare esempi di malasanità dovuti a errori medici e di malauniversità dovuti ai comportamenti disonesti di baroni: il sistema è grande e ricco di episodi adatti o adattabili. Ma il vero problema è nelle scelte politiche di fondo più che negli individui.