Quando ho visto la sua foto mi è saltato il cuore in petto. Stefania Noce assomigliava troppo ad una amica di mio figlio: stessi occhi grandi e scuri, stesso caschetto di capelli sbarazzini, stesso sorriso intelligente e affamato di vita.

In realtà – per via dei social network – anche se personalmente non la conoscevo, i gradi di separazione fra me e Stefania (morta ammazzata assieme al nonno per mano di un ex che non si voleva arrendere) erano di Livello Uno. Avevamo molte amicizie in comune, per esempio. Ciò vuol comunque dire che avevamo gli stessi interessi, leggevamo gli stessi giornali (questo per esempio), aderivamo alle stesse idee, a prescindere dalla differenza di età tra me e lei.

Un’altra mia amica di network mi ha scritto chiedendomi e chiedendosi come mai la consapevolezza democratica e paritaria di Stefania rispetto alle questioni di genere non l’avesse salvata, non avesse impedito la sua morte, non l’avesse difesa. O forse non l’avesse aiutata a comprendere la bestia nel cuore del suo assassino. Ma perché chiedere in cosa avesse sbagliato Stefania nel non proteggersi prima, nel non mettere prima le barriere alla violenza più prossima e riconoscibile? Non sarebbe meglio smettere di cercare i punti deboli nelle donne perché questi sono invece nella società, nella cultura, nei modi e nelle forme della convivenza quotidiana?

Sì, sono addolorata. Sono addoloratissima. La mia rabbia rende impotente il mio pensiero rispetto ad ogni forma di vendetta contro un’efferatezza simile.

Tutto ciò che posso e devo, è chiedere che se ne parli ancora, che se ne scriva sempre, che si pronuncino i nomi di tutte le donne morte ammazzate come Stefania, affinchè aumenti la consapevolezza nel riconoscere che una violenza sessista di stampo proprietario e predatorio ancora circola nella società, in questa nostra moderna società. E qualche titolo ancora parla di “movente passionale”.

Ti sia lieve la terra e luminoso il sogno.

di Marika Borrelli

“Ha ancora senso essere femministe?”  di Stefania Noce