Consulenti allo sportello? Macché, sono piazzisti. Lasciate ogni speranza voi che entrate in banca alla ricerca di consigli e informazioni per investire al meglio i vostri risparmi. L’impiegato che vi trovate di fronte ha un compito ben preciso: vendere i prodotti della casa, quelli emessi o sponsorizzati dall’istituto di credito che gli passa lo stipendio. E allora potete star sicuri che andrà a finire sempre allo stesso modo, qualunque sia la vostra età, il vostro reddito e, perfino, la vostra propensione al rischio. La banca cercherà di rifilarvi il titolo che fa comodo al proprio conto economico piuttosto che alle vostre tasche. Clamorosi una decina di anni fa furono i casi Parmalat e Cirio, quando gli istituti più esposti nei confronti dei due gruppi sull’orlo del crac girarono a migliaia di risparmiatori i bond targati Tanzi e Cragnotti.

Nel 2007 è arrivata la Mifid, la direttiva europea che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto rivoluzionare i rapporti tra i risparmiatori e gli intermediari finanziari. La legge fissa una serie di paletti normativi per ridurre al minimo i conflitti d’interesse. La banca è obbligata tra l’altro a segnalare e vendere solo i prodotti più adatti alle caratteristiche del cliente, individuate attraverso un apposito questionario.

Tutto risolto? La Mifid ha magicamente aperto un’era nuova nel mondo del risparmio? Pare proprio di no. Basta pensare al recentissimo caso del prestito convertendo collocato dalla Popolare di Milano. Le indagini della Consob hanno accertato che i profili dei risparmiatori sono stati consapevolmente alterati perché il maggior numero possibile di clienti potessero sottoscrivere le obbligazioni Bpm. In pratica, se l’investitore non aveva le carte in regola per comprare quel titolo ad alto rischio, i documenti venivano modificati all’insaputa del sottoscrittore. È andata a finire malissimo, perché a causa del crollo in Borsa dei titoli Bpm, migliaia di risparmiatori si sono ritrovati a dover convertire in azioni le loro obbligazioni a un prezzo di gran lunga più elevato rispetto alle quotazioni correnti. Giovedì scorso l’assemblea degli obbligazionisti (i clienti sono intervenuti e hanno chiesto le dimissioni dei vertici) ha deciso di cambiare i termini di conversione, ma le perdite restano comunque pesanti per gli incauti sottoscrittori.
Le regole imposte dalla Mifid sono state aggirate dalla banca e ora alcune associazioni di consumatori sono a pronte a chiedere maxi risarcimenti o addirittura prospettano una class action. Vedremo.

Di sicuro, se questo può essere considerato un caso limite, una storia di straordinario malaffare (già sanzionata dalla Consob) non è che nell’ordinario le banche abbiano dimostrato di aver cambiato strada rispetto al recente passato. Dapprima gli istituti hanno rifilato alle famiglie fondi d’investimento, ovviamente col marchio della casa. I fondi però si sono rivelati prodotti costosi in termini di commissioni e nella gran parte dei casi con rendimenti insoddisfacenti. A partire dal 2009 e fino almeno alla metà del 2011 gli istituti hanno invece fatto affari d’oro piazzando alla clientela le loro obbligazioni. Questa categoria di titoli che nel 2008 era presente per un valore di 298 miliardi nel portafoglio delle famiglie italiane due anni dopo era arrivata a sfiorare i 370 miliardi. Peccato che le obbligazioni bancarie offrano quasi sempre un rendimento inferiore rispetto ai titoli di stato (Btp e Cct) di pari durata e perdipiù, in caso di necessità, diventa molto difficile riuscire a liquidare l’investimento a un prezzo fissato in modo trasparente. Infatti, gli scambi sul mercato sono quasi sempre molto ridotti e alla fine è la stessa banca a decidere quanto offrire all’investitore. Dalla metà del 2011 gli istituti di credito si sono trovati ad affrontare un problema in più. La crisi del debito sovrano e i dubbi sulla solidità del sistema finanziario globale hanno finito per bloccare i prestiti interbancari.

In pratica le banche non si prestano più denaro tra di loro. E allora non c’era altra scelta: la liquidità di cui i banchieri hanno un disperato bisogno deve arrivare dalla cosiddetta clientela retail, cioè le famiglie. Nel frattempo però le obbligazioni bancarie sono state messe fuori mercato dall’impennata dei rendimenti dei titoli di stato. Si spiega così la grancassa pubblicitaria sui conti di deposito. Ma a quanto pare ancora non basta per risolvere il problema. E così ieri (22 Dicembre, ndr) sono arrivati i prestiti d’emergenza della Banca centrale europea.

Il Fatto Quotidiano, 23 Dicembre 2011