Pompei, piano piano, scivola via. Ogni crollo fa notizia: ma dov’è la notizia? La fragilissima Pompei è solo la punta dell’iceberg del patrimonio storico e artistico italiano: un iceberg che si scioglie ogni giorno sotto gli occhi di tutti, ma nel disinteresse generale.

Come per tenere aperte le scuole e far funzionare gli ospedali, anche per mantenere il patrimonio ci vogliono soldi. Se lo Stato rinuncia a stanziare quei soldi cessa di essere Stato. Eppure, negli ultimi anni si è fatto esattamente il contrario. «Pompei resta una priorità per il Ministero dei Beni Culturali», ha dichiarato domenica scorsa il ministro, Lorenzo Ornaghi. Ed è la scelta del verbo, che preoccupa: quando lo è stata, signor ministro? Il mitico Sandro Bondi permise a Giulio Tremonti di sottrarre un miliardo e trecento milioni di euro al bilancio del Ministero. E quando Salvatore Settis scrisse che perdere quei fondi significava condannare a morte il patrimonio, per tutta risposta Bondi lo costrinse a dimettersi dalla presidenza del Consiglio superiore dei Beni culturali. E nominò un altro archeologo, ma assai meno spigoloso: Andrea Carandini, tuttora felicemente pontificante.

Per Pompei, in particolare, Bondi ebbe l’idea di esautorare la soprintendenza (cioè la competenza) per nominare un commissario straordinario proveniente dalla Protezione civile di Guido Bertolaso. Col risultato che la tutela e la manutenzione ordinaria sono state completamente trascurate a favore di un rilancio d’immagine attraverso un serrato marketing di ‘eventi’ e campagne mediatiche, culminato nella cementificazione del Teatro Grande. Fu il clamoroso crollo della schola armatorum, avvenuto il 6 novembre 2010, a sancire la fine dell’esperimento, nonché la fine sostanziale dello stesso ministro Bondi.

Del resto, quando si parla di patrimonio culturale, la competenza è notoriamente un optional. E non lo pensava solo Bondi, ne è convinto anche Mario Monti: l’unico ministro non ‘tecnico’ è infatti proprio quello dei Beni Culturali. È stato naturale mettere un prefetto agli Interni, un diplomatico agli Esteri, un avvocato alla Giustizia e un ammiraglio alla Difesa: ma la tutela del patrimonio storico e artistico della nazione non è stata affidata ad uno storico dell’arte, o ad un archeologo, bensì ad uno scienziato della politica. Il quale, peraltro, non pensa neanche a dimettersi dalla carica di rettore dell’Università cattolica: tanto crede nella durata e nell’importanza del suo attuale compito.

E così la salvezza di Pompei non è affidata a un progetto, ad una visione, ad un vero cambio di passo. Si aspetta il deus ex machina di finanziamenti straordinari e colossali che arrivino dall’estero (l’Unione europea, gli imprenditori francesi) come la cavalleria in soccorso degli assediati. Senza troppo parlare degli interessi inevitabilmente collegati a questi fiumi di soldi: da quelli del cemento (che rischia di strangolare definitivamente gli scavi), a quelli della Camorra. Salvare una città antica ritornata alla luce e oggi senza né tetti, né fogne è una sfida tecnica e culturale appassionante. Se avessimo la capacità di fare sistema e avviare una vera ricerca, la messa in sicurezza di Pompei potrebbe essere la nostra ‘corsa alla Luna’. E invece, in Italia, quando si dice ‘economia dei beni culturali’ si intende il merchandising, il marketing delle pubbliche relazioni, il circuito parassitario e clientelare dei ‘servizi aggiuntivi’ dei musei.

E pazienza se, nel frattempo, Pompei scivola via.