Se non avessi visto i lividi su braccia e toraci, se non avessi sentito ripetere gli insulti e le minacce subite dagli arrestati. Se non avessi letto i referti medici e le denunce delle vittime di arresti brutali e fermi arbitrali, la notizia di un Ministro che si preoccupa finalmente del sovraffollamento delle carceri e intende porvi rimedio (anche) deviando i nuovi ingressi verso le guardine di questure e caserme, potrebbe rallegrarmi.

Ma quelle ferite le ho viste e quelle infamie le ho sentite. E quindi la notizia di una legge che preveda che migliaia di persone in stato di arresto o di fermo debbano attendere anche 96 ore l’udienza di convalida nelle guardine di questure e caserme, lontani dagli occhi di tutti senza alcun controllo esterno nè giudiziario in un luogo frequentato solo da divise, mi mette i brividi.

Sia ben chiaro, il carcere, se lo vedi o lo vivi da vicino è un male che non auguri a nessuno. Quando entri in un carcere e guardi esseri umani stipati in otto o nove in celle così anguste che manca persino lo spazio per i letti che vengono acastellati a pile di tre; quando osservi gli occhi disperati dei prigionieri, qualunque sia la loro colpa o la loro sorte, non pensi neppure per un attimo che questa pena possa rieducare nè che possa esisterne una peggiore.

Ma almeno in carcere ci sono delle regole (per quanto odiose) e ci sono dei controlli. In carcere girano guardie, ma anche medici, psicologi, educatori, giudici, criminologi e volontari. Nelle caserme e nelle questure no. Qui le celle sono terra di nessuno e nessuno infatti le visita, non i giudici, non psicologi o criminologi, non volontari nè educatori. Nessun “civile”. Solo uomini delle forze dell’ordine peraltro privi di tesserini di identificazione.

Nelle terre di nessuno, si sa, tutto può succedere. E tutto può restare “coperto”, non dimostrabile e dunque impunito. Leggo la notizia di questa riforma “svuota-carceri” e ripenso alle torture di Bolzaneto e della Caserma San Giuliano: ragazzi e ragazze tenuti in piedi per ore, denudati, offesi, feriti, minacciati, picchiati e umiliati in ogni modo. So che quelle torture sono state possibili perchè in quei giorni genovesi del luglio di dieci anni fa lo Stato di diritto ha ceduto il passo allo Stato di polizia e so che quelle atrocità sono state commesse anche perchè si era permesso per ragioni di “praticità” che i manifestanti fermati fossero rinchiusi in luoghi diversi dal carcere e perfettamente adatti alla tortura, ovvero inacessibili a tutti se non ai torturatori e qualche ministro distratto o connivente. E so che molti di quei torturatori resteranno impuniti anche perché nel nostro codice penale manca la previsione del reato di tortura.

Svuotare le carceri è un’ottima idea ma  per realizzarla si potrebbe intanto pensare di depenalizzare reati che colpiscono non comportamenti realmente pericolosi e criminogeni ma categorie di persone (come quelli previsti nella legge Fini-Giovanardi contro i tossicodipendenti e la Bossi-Fini e i vari successivi “pacchetti sicurezza” contro gli immigrati) e di modificare la legge sulla recidiva, evitando così di creare annualmente  migliaia di nuovi detenuti.

La privazione della libertà personale è già la peggiore delle pene. Tutto quello che a questo supplizio viene arbitrariamente aggiunto è tortura. Una riforma carceraria equa dovrebbe avere come scopo principale ridurre il più possibile la tortura del carcere ed evitare il compimento di torture in questure o caserme.