Al termine di un anno come questo, in attesa di ascoltare i discorsi a consuntivo delle massime cariche istituzionali, in ciascuna famiglia bisognerebbe tentare di fare un bilancio sullo stato della Nazione, nella consapevolezza che tentare di comprenderne i problemi rappresenti un esercizio meritorio e propedeutico alla condivisione delle soluzioni, ciascuno per la sua parte di potere detenuto e di conseguente responsabilità personale, fosse anche quella elettorale e basta.

Questi che riporto sono i principali punti non già di un mio ipotetico discorso di fine anno, bensì delle quotidiane discussioni in famiglia e con gli amici.

La priorità da perseguire è il futuro dei nostri ragazzi che è stato rubato loro dalle generazioni precedenti, compresa la mia. Restituire una prospettiva di lavoro tale da consentire di mettere su famiglia e figli è un obiettivo così giusto e doveroso che deve poter comportare anche la perdita o la ridefinizione di diritti acquisiti. Che fine ha fatto il debito pubblico italiano? Sicuramente si è trasformato in patrimonio, specie immobiliare, oppure in rendite previdenziali (cui non corrispondono adeguati contributi) di una larga fascia della popolazione che ha beneficiato di politiche clientelari e assistenziali parassitarie oggi non più sostenibili. Interventi fiscali di carattere patrimoniale e pensionistici che ricolleghino le prestazioni alle contribuzioni sono assolutamente necessari senza timore di infrangere patti e diritti divenuti palesemente iniqui.

Le pensioni devono quindi tornare ad essere una forma di risparmio previdenziale obbligatoria, un salvadanaio che non potrà mai erogare più di quanto non abbia incassato. Ai baby pensionati potrà non essere richiesta la restituzione di quanto percepito anzitempo, ma, d’ora in avanti, dovranno eventualmente attendere un’età pensionabile prossima alle aspettative di vita per ricevere una pensione calcolata in base a criteri esclusivamente contributivi. Nessuna categoria, a partire dal mondo agricolo, potrà far valere diritti acquisiti in contrasto con criteri di equità sociale.

Il debito pubblico va ridimensionato e riportato sotto gli argini fisiologici per una potenza industriale come l’Italia contando innanzitutto su alcune partite “extracontabili”: evasione, corruzione e riciclaggio di attività criminali. Per raggiungere questo obiettivo bisognerà adeguare la legislazione (es. riconoscimento del reato di autoriciclaggio), ma soprattutto lo Stato dovrà avvalersi dei migliori colletti bianchi in concorrenza con quelli al servizio delle attività che si intendono colpire e senza ulteriori costi perchè tale attività di contrasto sarà assolutamente autofinanziabile. Per abbattere il debito potrà servire pure cedere le partecipazioni pubbliche, strategiche o meno, e tagliare il budget della difesa: non c’è infatti nulla di più strategico e difensivo di abbattere la spesa pubblica per interessi.

Toccherà all’impresa far ripartire economicamente il Paese liberandola innanzitutto dal costo di una burocrazia inefficiente e inutilmente complessa. Le liberalizzazioni di tutti i settori, professionali e non, contribuiranno a indebolire le rendite di posizione e a favorire la vera competizione economica di mercato, non quella truccata. La globalizzazione potrà continuare a costituire un’opportunità solo se soggetta a pari regole in materia di lavoro, di tutela ambientale, ecc. altrimenti dovrà essere opportunamente penalizzata perchè nella competizione economica vinca il migliore, il più efficiente e non il più furbo o il più spregiudicato, capace di buttare a mare, con le delocalizzazioni, un prezioso e diffuso DNA di cultura e abilità industriali, tipiche dei nostri distretti. Il sostegno finanziario alla crescita delle imprese, specie giovanili, sarà la contropartita sociale da pretendere dal sistema bancario perchè possa essere riconosciuto e difeso il suo ruolo istituzionale, più che di operatore commerciale, così com’era una volta.

L’istruzione, per i docenti come per i discenti, deve tornare ad essere selettiva e meritocratica: meglio concentrare le risorse su poche università di eccellenza che continuare a far proliferare diplomifici di dubbio prestigio accademico. E’ vero che servono più laureati, ma laureati solo sulla carta servono comunque a poco. Allo stesso modo la ricerca deve poter contare su risorse tali da poter adeguatamente mettere a contratto i cervelli fuggiti all’estero, attirarne di stranieri e dotare pochi centri di eccellenza di adeguate attrezzature e di un fecondo collegamento al mondo delle imprese per le applicazioni industriali. Mantenere baroni universitari e le loro progenie non dovrà essere più possibile.

Nella pubblica amministrazione i dipendenti devono imparare a valere il loro costo: se il beneficio di tanto personale non è apprezzabile ed apprezzato dai cittadini il suo costo sarà evidentemente eccessivo e andrà tagliato mentre il personale andrà selezionato attraverso rigorosi criteri e pubblici concorsi. Una buona amministrazione pubblica facilita la vita delle imprese ed attira investimenti.

La spesa pubblica va rivista tutta in modo trasparente (es. in rete) attraverso un’informazione pubblica indipendente, partendo dall’ente locale fino al Quirinale: di ogni voce o aggregato deve essere possibile risalire a chi è stato pagato, quanto e perche cosa. Se non si comprende il valore di una spesa, si taglia, come avviene in ogni condominio: l’opinione pubblica avrà tutto il controllo mentre la politica tutta la responsabilità della spesa.

Tutto ciò va fatto presto e senza riguardi per nessuno perchè la minaccia più grave che incombe nel 2012 è quella di rivedere un violento scontro sociale che comunque farebbe piazza pulita di rendite di posizione e di privilegi anacronistici. Il film lo abbiamo già visto tante volte.