Poiché si tratta della Siria, e della Siria in questo particolare momento, la cautela è d’obbligo. Senza dubbio, il doppio attacco di oggi a Damasco è un primo dato: il grosso della capitale siriana, salvo alcuni quartieri periferici, era rimasto relativamente immune dalle ondate di protesta anti-regime che da otto mesi scuotono il paese. Troppo stretta la sorveglianza degli apparati di sicurezza, certo, ma anche una qualche diffidenza dei damasceni rispetto ai movimenti che nascono altrove, in particolare nelle aree considerate bacino degli islamisti.

Il doppio attentato di oggi, invece, segna un salto di qualità. La tv di stato siriana, a pochissime ore dalle esplosioni già puntava il dito contro “gruppi armati legati ad Al Qaida”. Non più tardi di un paio di giorni fa, peraltro, la stessa tv aveva lanciato l’allarme per la presunta infiltrazione, attraverso la frontiera libanese, di cellule terroristiche. Che qualche frangia della galassia jihadista possa sfruttare il caos per colpire un regime odiato, è fuori dubbio. Che questi stessi gruppi possano usare il “logo” di Al Qaida – la Ong del terrore come l’ha definita in modo molto suggestivo Ulrich Beck – è altrettanto possibile, visto che la rete che fu di Osama bin Laden da anni si è configurata come un network “liquido”, più che come una struttura verticale con una precisa catena di comando.

Per i jihadisti, il regime di Bashar Assad è l’erede diretto di quello del padre, responsabile dell’uccisione sommaria – anche a cannonate, oltre che sotto tortura nelle prigioni – di decine di migliaia di islamisti. Si potrebbe anche pensare che ci sia un collegamento con le esplosioni di ieri a Baghdad: un ritorno in grande stile del terrorismo più feroce, dopo una lunga eclissi, dovuta anche alle primavere arabe e culminata con l’uccisione di Osama bin Laden, e la ri-organizzazione della rete che ora fa capo, secondo le analisi che vanno per la maggiore, ad Ayman al Zawahiri, il medico egiziano.

Se fosse stata davvero Al Qaeda, o chi per lei, sarebbe un colpo politicamente molto pesante, un segno della vulnerabilità di una delle intelligence più efficaci del Medio Oriente. Il regime, però, potrebbe sfruttarlo per dare forza alla tesi che sostiene da mesi: non è il popolo siriano che si ribella, ma sono gruppi armati provenienti dall’estero. Questa accusa finora non è stata sostenuta da prove, mentre i gruppi dell’opposizione hanno provato che assieme all’esercito siriano, impegnati nella repressione – secondo l’Onu i morti finora sono 5 mila – ci sono anche reparti delle forze speciali dei pasdaran iraniani. Tanto che alcuni generali iraniani sono stati inseriti dall’Ue nella lista delle persone colpite dalle sanzioni internazionali contro il regime di Assad.

Tornando agli attentati di questa mattina. Restano molti dubbi. E così con la stessa velocità con cui la tv di Stato di Damasco ha accusato al Qaeda, nella blogosfera araba e su Twitter sono spuntate le accuse contro i servizi siriani e il regime stesso, a cui farebbe comodo una “strategia della tensione” efficace anche verso Europa e Stati Uniti. La scelta di tempo di questo doppio attacco, in effetti, è molto opportuna: oggi i gruppi delle opposizioni hanno convocato un’altra giornata di protesta, dopo la preghiera del venerdì, stavolta tanto contro il regime quanto contro la Lega Araba, colpevole, a loro dire, di far finta di credere alle promesse che Assad ha ripetutamente annunciato e poi violato.

Ieri a Damasco sono arrivati i primi osservatori della Lega Araba che hanno il compito, in base all’accordo accettato poche settimane fa dal regime, di sorvegliare l’applicazione del cosiddetto “Protocollo di pace”, che comprende anche il rilascio dei prigionieri e il ritiro dell’esercito dalle città. L’arrivo del primo gruppo di osservatori – in totale saranno tra i 150 e i 200 – non ha però fermato la repressione. Secondo le opposizioni, ieri sono state uccise 21 persone, soprattutto nelle zone attorno a Homs, una delle città epicentro delle proteste. Vittime che si aggiungo alle 250 che uccise all’inizio della settimana, secondo il Consiglio nazionale siriano, il principale cartello anti-Assad.

Alcune organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani hanno contestato la composizione del team degli ispettori, coordinati dal generale sudanese Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi, già capo dell’intelligence di Khartoum e accusato a sua volta di aver alimentato la guerra in Darfur. Nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, intanto, continua lo stallo tra i paesi occidentali e Russia e Cina, che si sono opposte a una risoluzione considerata troppo dura verso Damasco. La scorsa settimana, la Russia ha presentato un suo testo che, per quanto giudicato un “progresso” rispetto alle posizioni precedenti, è stato bocciato dai paesi europei e dagli Usa perché “non abbastanza deciso”.

In questo scenario, il doppio attentato di oggi cambia il quadro. Anche se tra governo di Damasco e opposizioni inizierà verosimilmente una battaglia di accuse incrociate e versioni discordanti, il “fattore kamikaze” – perfino a prescindere dal logo di al Qaida – è entrato nella complicatissima equazione siriana.

di Joseph Zarlingo