Dalla sala parto alle aule di tribunale: un percorso che molti iniziano, ma che spesso termina con un’archiviazione. Secondo il monitoraggio sulle procure italiane condotto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari, nel secondo semestre del 2010, i procedimenti penali per lesioni colpose e omicidi colposi legati all’attività medica non sono infatti tanti quanto si penserebbe: rispettivamente l’1,68 per cento e l’11,18 per cento del totale. Tra questi, quelli legati alla gravidanza e al parto sono circa il 10 per cento e si registrano, soprattutto, in Campania e Calabria. Ma il dato che colpisce è che di tutte queste cause finisce con un’archiviazione il 40 per cento di quelle per lesioni colpose, e il 35 per cento per omicidio colposo.

Tuttavia, negli ultimi 10 anni le cause di colpa medica sia in sede penale che civile sono letteralmente esplose, tanto che presso la Corte di Cassazione si è registrato un aumento del 200 per cento delle decisioni in tale ambito, come segnala un quaderno del Massimario della Suprema Corte, nonché dei sinistri denunciati legati alla copertura dei singoli medici (+134 per cento), delle strutture sanitarie (+41 per cento), e dell’abuso di medicina difensiva. Secondo i dati dell’Ania (Associazione nazionale assicurazioni) il 69,8 per cento propone il ricovero in ospedale anche se il paziente è gestibile ambulatorialmente, il 61,3 per cento prescrive più esami del necessario, il 51,5 per cento prescrive farmaci non necessari, e il 26,2 per cento esclude pazienti a rischio da alcuni trattamenti.

Insomma, all’inizio si sceglie di procedere per via penale, ma viste le difficoltà a veder riconosciuto il nesso di causalità tra la condotta del medico e l’evento, si prosegue comunque con il risarcimento in sede civile. Una soluzione che non sempre va bene a tutti, come racconta V.P., che ha denunciato i medici e l’ostetrica dell’Ospedale civile di Venezia per non aver praticato tempestivamente il parto cesareo e fatto delle manovre sbagliate sulla nipotina, nata con una paralisi cerebrale infantile e oggi con gravi danni cerebrali. “Abbiamo iniziato questa battaglia – racconta – decisi a non mollare ma ci scontriamo con la casta dei medici. Hanno schierato fior fiore di avvocati e medici legali che negano addirittura siano state fatte le manovre che hanno provocato il trauma cranico a mia nipote. L’Asl ci aveva offerto dei soldi in sede civile per rinunciare alla causa penale, ma noi abbiamo rifiutato. Non molleremo finché non avremo giustizia, perché si sappia in quali ospedali succedono queste cose”.

Una risposta che in parte ha tentanto di dare la commissione presieduta da Leoluca Orlando con il monitoraggio sui punti nascita. Il quadro che ne esce è di una forte disomogeneità e di molte strutture ancora a rischio, soprattutto al Sud. Nonostante il ministero della Salute abbia deciso l’anno scorso la chiusura dei presidi piccoli che fanno meno di 1000 parti all’anno, la realtà è che questi centri sono ancora la maggioranza: il 72,4 per cento ha infatti una media di 56 parti al mese, il 21,5 per cento di 136 parti e il 5,2 per cento di 288 parti al mese. I dati si riferiscono a 344 punti nascita su un totale di 570 di 16 regioni (mancano Umbria, Calabria, Sardegna e Liguria). La maggior parte dei centri che fanno meno di 500 parti l’anno si trova in Campania (43,8 per cento), Sicilia (46,8 per cento) e Trentino Alto Adige (53,8 per cento), mentre le regioni con più presidi tra 501 e 1000 parti sono Friuli Venezia Giulia (71,4 per cento), Abruzzo (50 per cento), Veneto (44,7 per cento) e Lazio (43,5 per cento).

Sapere quanti parti fa una struttura è un buon indicatore sull’esperienza di ginecologi e ostetrici. Ad esempio, nei punti nascita dove si hanno al massimo 500 parti all’anno, il ginecologo che vi lavora fa circa 1 parto alla settimana, con una media di 4,7 parti al mese. Sono invece 4 alla settimana (14 al mese) quelli cui assiste in media il suo collega che lavora in una struttura grande. Ma i punti su cui lavorare sono ancora numerosi. Come ad esempio il fatto che in media solo il 27,6 per cento dei punti nascita ha una terapia intensiva neonatale (Tin), il 19,2 per cento non ha strutture dedicate alla neonatologia e pediatria, e meno della metà, il 40 per cento, ha la disponibilità di una doppia guardia medica nelle 24 ore. C’è poi la questione dei parti cesarei. Secondo i dati della commissione nasce così il 35,4 per cento degli italiani (la media prevista dall’Organizzazione mondiale della sanità è del 15 per cento), ma sono principalmente i punti nascita più ‘fragili’, con meno di 500 parti l’anno (44,7 per cento) a sceglierli e più in generale le strutture private, ben il 50,5 per cento. Il che, come ha rilevato il ministro della Salute, Renato Balduzzi, “non è correlato ad un miglioramento degli esiti. Anzi la mortalità neonatale è più alta al sud dove è più alto il livello dei parti cesarei”. La priorità, dunque, è ora quella di arrivare ad una ‘razionalizzazione’ dei punti nascita sul territorio e di combattere il “vizio diffuso”, come l’ha definito Orlando, “di privilegiare il nascere sotto casa alla valutazione delle condizioni di massima sicurezza che la struttura può garantire. Un vizio che non fa l’interesse dei cittadini ma risponde, piuttosto, a logiche clientelari o elettorali”.