Ci sono voluti mesi di trattative, molto discrete, prima di arrivare all’accordo annunciato ieri: il principe saudita Alwalid bin Talal e la sua Kingdom Holding Co. entreranno nel capitale di Twitter, con una partecipazione attorno al 4 per cento. Visto che a ottobre scorso il social network era stato valutato – dal suo direttore esecutivo Dick Costolo – a una cifra di 8 miliardi di dollari, l’investimento saudita si può calcolare attorno ai 300 milioni di dollari.

L’emiro saudita, è un membro della famiglia reale, nipote del Re Abdallah, ed è considerato l’uomo più ricco del Paese, con una fortuna personale stimata dalla rivista Forbes attorno ai 20 miliardi di dollari. Il suo pallino sono sempre state le aziende di comunicazione e media, conosciute studiando in California tra il 1979 e il 1985. Nell’elenco delle partecipazioni azionarie in suo possesso, infatti, figurano o hanno figurato, nomi come Aol, Apple, Worldcom, Motorola, News Corporation e anche Fininvest. Nella società di Rupert Murdoch, il principe bin Talal ha una partecipazione al 7 per cento, in contropartita con una del 9 per cento di Murdoch nel Rotana Group (al 91 per cento della Kingdom Holding) che è la più grande azienda di media nel mondo arabo.

Non è quindi sorprendente il suo interesse per Twitter, anche vista la crescita esponenziale di questo social network nel mondo arabo, Arabia saudita compresa, nonostante le censure e limitazioni che gli utenti del regno devono subire. In Arabia, peraltro, il principe possiede due canali televisivi, Rotana Tv e al-Ibrahim, che sono stati oggetto delle ire di alcuni studiosi di diritto islamico perché trasmettevano programmi considerati poco in linea con la rigida ortodossia wahhabita che è l’ideologia ufficiale del Regno.

Oltre ai media, l’impero di bin Talal si estende sui possedimenti immobiliari e in alcune catene di hotel, come i Four Seasons e Fairmont, il Savoy di Londra, il Plaza di New York, il Montecarlo di Monaco, per finire al 10 per cento di Euro Disney.

Sulle sue fortune, però, il settimanale britannico The Economist ha sollevato qualche perplessità, in particolare sulla prima operazione che lo ha fatto diventare il “Warren Buffett d’Arabia”. Nel 1990, infatti, ad Alwalid era attribuito un reddito che riusciva a mala pena a coprire le sue spese personali. Un anno più tardi, però, il principe si lanciò in un investimento di 797 milioni di dollari per una cospicua partecipazione nel gruppo bancario Citigroup. Secondo l’Economist e secondo altri analisti finanziari, dietro la sua Kingdom Holding ci sarebbero dunque altri importanti sauditi che preferiscono non comparire sulla lista ufficiale degli investitori.

Personalmente, il principe bin Talal è noto per la sua distanza dalla politica – preferisce di gran lunga gli affari – e per il suo amore per l’arte, che lo ha spinto, nel luglio del 2005, a donare al museo Louvre di Parigi ben 20 milioni di dollari per aprire una nuova collezione dedicata all’arte islamica. Nonostante queste credenziali, però, proprio dagli utenti di Twitter sono arrivati alcuni dubbi circa l’operazione di investimento. Il dubbio riguarda proprio la censura, in particolare per quegli argomenti considerati politicamente sensibili dalla famiglia reale saudita. Ahmed Halawani, direttore esecutivo della holding del principe, ha cercato di tranquillizzare gli utenti e gli altri azionisti dichiarando alla Reuters che l’unica motivazione dietro l’investimento è “un sostanzioso ritorno di capitale” e che la Kingdom Holding non ha intenzione di chiedere alcun posto nel consiglio di amministrazione di Twitter e che come per altre partecipazioni si asterrà dal dare indicazioni sulla conduzione del gruppo oltre che sulle scelte tecniche e sui contenuti. Garanzia indiretta di questa buona intenzione è il fatto che tra gli utenti del social network da 140 caratteri a post c’è la moglie di Alwalid bin Talal, la principessa Amira al-Tawil, che ha ben 83 mila persone iscritte al suo canale di twitting.

di Joseph Zarlingo