La petroliera Savina Caylyn

Finisce l’incubo per l’equipaggio della Savina Caylyn, la nave italiana di proprietà degli armatori campani D’Amato, sequestrata l’8 febbraio 2011 mentre navigava al largo dell’isola di Socotra, nel braccio di mare tra lo Yemen e la Somalia. La nave è stata liberata alle 14 ora locale e a quanto si apprende tutto l’equipaggio, compresi i cinque italiani a bordo, è in discrete condizioni di salute, nonostante la durezza della detenzione durata dieci mesi.

I marinai italiani a bordo della nave sono Giuseppe Lubrano Lavadera, comandante della nave, e Crescenzo Guardascione, terzo ufficiale di coperta, entrambi di Procida; Gianmaria Cesaro, allievo di coperta, di Sorrento; Antonio Verrecchia, direttore di macchina, di Gaeta, ed Eugenio Bon, primo ufficiale di coperta, di Trieste. Gli altri membri dell’equipaggio sono 17 cittadini indiani.

I dettagli della liberazione non sono ancora noti, ma secondo fonti riservate, già a novembre, dopo mesi di complicate trattative, si era vicini a un accordo tra i pirati e gli armatori per il pagamento di un riscatto. La richiesta iniziale dei pirati era stata di 14 milioni di dollari per liberare la nave, una petroliera, con il suo equipaggio. Una cifra troppo alta per la società armatoriale. La trattativa, molto discreta come sempre in questi casi, si è trascinata per le lunghe, non senza tensioni – secondo le nostri fonti – sia tra le famiglie degli ostaggi e gli armatori quanto tra questi ultimi e le autorità italiane investite del caso. Secondo Somalia Report, alla fine sarebbe stato pagato un riscatto da 11,5 milioni di dollari, diviso in due tranche, una da 8,5 all’alba di oggi e una da 3 milioni poche ore più tardi.

Toccherà al pubblico ministero Francesco Scavo, della procura di Roma, fare luce sugli eventi. Scavo è titolare dell’inchiesta che riguarda il sequestro della Savina Caylyn, così come di quella sul mercantile Rosalia D’Amato, della Perseveranza navigazione, liberato lo scorso 25 novembre dopo 7 mesi di sequestro.

Il pm Scavo conduce anche l’inchiesta sul fallito sequestro della motonave Montecristo, abbordata da un gruppo di pirati somali e successivamente liberata da un blitz delle forze speciali britanniche. In quel caso, l’equipaggio riuscì a rifugiarsi nella “cittadella” blindata e a evitare che i pirati potessero dirottare la nave verso le coste della Somalia. Nel blitz dei Royal Marines furono catturati undici presunti pirati che si trovano adesso a Regina Coeli in attesa del rinvio a giudizio che potrebbe arrivare già entro fine anno o all’inizio del 2012. Assieme a loro, ci sono due presunti complici, catturati a bordo di un peschereccio pakistano che era stato sequestrato e usato come “nave madre” per lanciare i veloci skiffs (barchini) usati negli abbordaggi. Due pakistani, all’inizio fermati assieme ai somali, sono stati scarcerati all’inizio di dicembre, dopo che nell’incidente probatorio hanno riconosciuto nei presunti pirati arrestati i loro sequestratori.

Con la liberazione della Savina Caylyn non ci sono più navi italiane nelle mani dei pirati somali, ma ovviamente il “fenomeno” è tutt’altro che in ritirata. Secondo il bollettino della sezione Crime Services dell’International Chamber of Commerce, ci sono ancora 10 navi nelle mani dei pirati somali, per un totale di oltre 150 marinai. Gli attacchi nel 2011, con i dati che arrivano a metà dicembre, sono stati 231 di cui 26 hanno portato all’abbordaggio della nave. Nel corso dell’anno, 450 marinai sono stati ostaggio dei pirati, con l’equipaggio della Savina Caylyn che ha il poco invidiabile record della prigionia più lunga.

Il numero degli attacchi coronati da “successo” (per i pirati) è in netta diminuzione, grazie alla sempre più frequente presenza di personale armato a bordo delle navi in transito per il Golfo di Aden. Eppure, due settimane fa i ministri della difesa dei paesi UE, hanno deciso di prolungare fino al dicembre 2014 la missione Atalanta, cioè la flotta Ue che incrocia al largo della Somalia per proteggere il traffico mercantile in transito. La missione, avviata nel 2008, avrebbe dovuto concludersi a fine 2012.

Per pura coincidenza, il rilascio della Savina Caylyn coincide con un appello lanciato dalla Ong Oxfam per aumentare gli aiuti alla Somalia, ancora lontana dall’aver superato l’emergenza carestia scoppiata nei mesi scorsi. Il totale degli aiuti stanziati per la Somalia, nota Oxfam, è di 1,32 miliardi di dollari, la metà di quanto la comunità internazionale spende per la lotta alla pirateria. Due miliardi di dollari, infatti, se ne vanno ogni anno solo per tenere in navigazione davanti alla Somalia le navi da guerra delle diverse missioni internazionali in atto. Eppure, tutti, dagli armatori agli assicuratori, dagli equipaggi agli esperti di sicurezza privata, sanno che il problema della pirateria non si risolve sul mare ma sulla terraferma.

di Enzo Mangini