Tutti conserviamo dentro di noi l’immagine del nostro Natale. Per alcuni pieno di gioia e per altri meno. Ma era Natale. Cosa ne rimane oggi? Si parla di una crisi profonda che conosciamo bene da più di qualche anno. Molti meno parlano della crisi delle identità.

Da divorziata, da mamma di tre figlie, da persona a volte (troppo spesso) esageratamente idealista, da donna provata e diventata apparentemente dura per necessità inizio ad avere paura di ogni festa. Specialmente del Natale. Purtroppo in questi momenti intorno a me sento parlare di Diletta sempre e solo come se fosse il peso del mondo, come causa di traumi per le sorelle, come impedimento al procedere sereno di nuove vite adulte che vogliono ricominciare, come di una figlia con una madre sacrificatrice delle altre due creature, come di una coppia (io e lei) di danno permanente verso tutto e tutti.
Mi chiudo nel mio silenzio di riflessione, mi sforzo di uscire fuori da me stessa e di guardarmi come fossi un’estranea. Mi violento per cercare nelle mie due figlie i più piccoli sintomi di questi traumi presunti così violenti, così incarniti da non poter essere superati. Così bruti e molestatori da poter produrre danni permanenti legati a troppe e altrettanto presunte responsabilità.

Mi si costringe a considerare necessario un veglione di capodanno per due bambine di 8 e 5 anni che sarebbero sacrificate dalla festa in casa con tombola canzoni cibarie e stelline. Mi sento additata come madre a metà perché in questa scelta c’è un’esigenza di Diletta che in locali affollati non resiste. Mi sento additata come una madre sciagurata perché spiego alle mie bambine che non è il momento di sprecare di soldini ma che la festa è più bella se c’è amore. E sono arcistufa di tutte queste sciocchezze.

Sicuramente le mie bambine più piccole sono più responsabili di molte altre, sicuramente vivono la malattia della sorella nel loro quotidiano. Ma non ne sono succubi. Hanno la loro scuola, le loro feste con i compagni, la loro danza e mille altre piccole cose che prescindono da Diletta. Così come lei a 13 anni ha il suo giro per negozi, la sua cioccolata calda al bar, o l’amica parrucchiera che si offre di regalarle il taglio o la piega.

Credo di essere diventata scema. Ammetto che in questo circo di velleità spenderecce e consumistiche non riesco a starci dentro. E non è certo Diletta a farmi ragionare così. Anzi no, è una bugia. E’ anche Diletta. Non trovo infatti che sia lesivo, dannoso o traumatico per le attuali rispettive età organizzare una festa a casa. Non ritengo che crescere sapendo che la vita è qualcosa di grande valore, unico e meritevole di rispetto, sia un cattivo insegnamento o una brutale azione che renda fragile un bambino. Ma Diletta o sta con mamma o sui periodi oltre le 12 ore va gestita da altri mi dicono alcuni.

Traduco : una bella badante, un ricovero, una qualunque soluzione che tolga il peso di mezzo, il tutto infiocchettato nella squallida, ipocrita, ridicola e aberrante verità di volersi esonare dall’impiccio (Diletta) con l’anima natalizia bella pulita. Mi dispiace ma non ci sto. Non voglio insegnare alle altre due mie figlie a passare sopra il dolore del prossimo.

Non permetterò mai a nessuno di volermi convincere che fatto il presepe e addobbato l’albero il compito della civile solidarietà sia terminato.

Non voglio insegnare alle mie figlie che noi chiediamo che gli altri capiscano, che gli aiutino, che gli altri non discriminino e poi , in casa loro? Acconsento a che questo accada sotto i lori occhi? Dove risiede il limite tra vita indipendente e autonoma dei vari componenti di una famiglia e altruismo verso il prossimo e nello specifico verso uno di questi componenti? Se chi mi dice di affidare Diletta a una badanta ( brava , onesta , seria e tante altre cose belle), si ritrovasse per caso in una condizione anche momentanea di disagio come la penserebbe? Davvero non posso riuscire ad insegnare alle mie bambine quella cosa facile che si chiama equilibrio?

Stare insieme e festeggiare e poi magari nel momento in cui Diletta si stanca, se loro invece non lo sono, uscire e festeggiare nella città bellissima che abitiamo. Amare anche la nostra città. Rispettarla, conoscerla per rispettarne le opere e le ricchezze. Non so. Pare che non sia così.  I bambini devono giocare spensierati, educati a ricevere tutto ciò che chiedono, adulati e traditi da mille bugie che raccontano di un’isola che non c’è.

Poi però quando nell’adolescenza non sanno chi sono, si sentono soli, impauriti e deboli andiamo a fare le terapie. E siamo incapaci. Nel dopoguerra è cresciuta una generazione con ben pochi vizi e un bel po’ di traumi. Ma quella generazione non è forse , in linea generale, molto più solida delle recenti generazioni? Tendo ad andare fuori tema, ma in realtà mi sono accorta che la stessa crisi può essere resa costruttiva nel ricominciare a spiegare ai nostri figli che la vita non è una favola rosa, ma che con tutto il dolore che può contenere è storia. La storia di ognuno di noi che nasce dal punto X in cui la pallina della roulette russa decide di fermarsi al primo vagito.
In quell’attimo nasce un tassello in più nel mosaico del mondo.

Buon Natale a tutti