Vincere un premio e chiudere pochi giorni dopo. E’ successo a Crossing Tv, la televisione via internet premiata venti giorni fa nella serata dei Teletopi, l’oscar delle web tv italiane giunto ormai al quinto anno. Troppe spese, troppo poco interesse delle istituzioni. Il risultato è che la web tv bolognese punto di riferimento per le seconde generazioni e l’interculturalità chiude i battenti.

“Data la natura educativa e sociale – recita il comunicato di chiusura – abbiamo sempre cercato di coinvolgere l’istituzione pubblica nel sostenere un progetto come il nostro, ma negli ultimi due anni la mancanza di contributi istituzionali ha impedito l’evolversi del progetto”.

“Ormai anche pagare il telefono e le spese minime di cancelleria era diventato un peso – spiega Silvia Storelli, animatrice della web tv nota per le proprie inchieste su integrazione e razzismo – quindi abbiamo preferito chiudere prima di dissanguarci sempre di più. Se le istituzioni ci avessero sostenuto sarebbe stato sicuramente diverso, ma è andata così, che dire?” Nonostante tutto, Storelli ci tiene a sottolineare come Crossing Tv sia stata un presidio nell’informazione bolognese fino alla fine, e gli ultimi premi lo dimostrano. A settembre è arrivato un riconoscimento al concorso Videominuto di Prato, e il primo dicembre, proprio agli oscar “Teletopi” di Bologna, Crossing Tv è stata premiata come come migliore “webtv di denuncia 2011”.

“Non siamo tristi, sono convinta di avere seminato bene, e i ragazzi e le ragazze che sono cresciuti professionalmente e umanamente collaborando con Crossing Tv sono lì a dimostrarlo”. Poi Storelli elenca i numeri di una web tv  piccola, ma che ha fatto molto parlare di sé nei suoi quattro anni di vita. “Abbiamo messo on line 240 video e molti dei ragazzi che hanno collaborato con noi sono diventati giornalisti o videomaker. Anche se chiudiamo abbiamo raggiunto il nostro obiettivo”.

I contenuti di Crossing Tv non saranno più aggiornati a partire da oggi, ma online resteranno i vecchi video. Filmati che parlano di integrazione, razzismo e seconde generazioni.  Filmati come la storia di Jihad, ragazzo tunisino sbarcato a Lampedusa questa estate. o come “Calcio a Sidiki”, la storia di un 17enne nato in Congo e residente a Bologna da 10 anni. Sidiki non ha potuto fare del calcio la propria professione perché senza la cittadinanza italiana. “Il mio amico Paolo – dice nel video – ha dovuto presentare solo il certificato di nascita, da me volevano un documento di autorizzazione emesso dagli organi sportivi del Congo”. Amara la conclusione: “Forse adesso mi griderebbero negro dagli spalti, ma almeno potrei giocare. E’ più razzista lo stadio o lo Stato?”