Premetto che questa sindrome non esiste fra i malesseri codificati in psicologia o psichiatria. Si tratta di una mia ipotesi volta a spiegare i comportamenti di alcune personalità che hanno avuto la fortuna/sfortuna di vivere, per un certo periodo, al centro dell’attenzione mediatica e di gestire il potere politico, economico o sociale.

Il potere risulta per tutte le persone esaltante in quanto conferisce all’individuo la sensazione, momentanea, di controllo sulla propria esistenza attraverso l’influenza che oggettivamente si ha su quella degli altri. Ognuno di noi vive in un mondo di cui non conosce le regole (cos’è l’universo? perchè è fatto così come lo percepiamo o immaginiamo?) con la consapevolezza di un’assoluta precarietà (non sappiamo quando moriremo). Questa situazione esistenziale potenzialmente angosciosa viene mitigata nel momento in cui tante altre persone pendono dalle nostre labbra e hanno bisogno di noi. Accade fisiologicamente e in misura naturale al genitore col figlio, all’insegnate con l’allievo, al medico col paziente etc. Nel caso di chi gestisce il potere politico il livello emotivo aumenta in modo esponenziale fino ad occupare gran parte della personalità. Presumibilmente (non ci sono studi) nel cervello del potente si liberano neuromediatori (dopamina e serotonina) simili a quelli presenti nell’innamoramento o dopo l’assunzione di droghe che aiutano a sentirsi meglio e più attivi. Quando il potere e la notorietà si affievoliscono o cessano il rischio che ipotizzo è quello di una vera e propria sindrome da astinenza. Come un tossicodipendente che perde la sua droga il potente detronizzato cercherà brandelli di notorietà e di potere.

Queste riflessioni mi sono venute in mente negli ultimi tempi per spiegare comportamenti tragici e comici che si sono determinati sulla scena mediatica.

Provo a elencarne alcuni:

– un dittatore che dopo 40 anni di potere non ha potuto accettare la detronizzazione;
– un ex premier che coglie tutte le occasioni per affermare “continuo a comandare io! decido io!”;
– un deputato arrivato agli onori delle cronache in quanto il suo voto era determinate che ora, divenuto ininfluente, inventa stratagemmi astrusi e cerca di spararle sempre più grosse per farsi riconoscere;
– un ex direttore di giornale detronizzato che fa ora uno scoop su fatti del passato;
– da ultimo un ex ministro del tesoro e delle finanze che dopo aver portato a un disastro economico pontifica su nuove ricette economiche salvifiche.

Non ho elementi per parlare delle singole persone che certamente hanno una loro complessità emotiva e ottime ragioni per i loro comportamenti. Vorrei cercare inoltre di rispettare il più possibile la sofferenza che emerge, in modo più o meno intenso, in queste vicende.

La domanda che pongo a voi è: cosa ci dice di questi personaggi il loro comportamento una volta perso il potere? E poi, se lo si usasse diversamente, cioè per fare davvero il bene della collettività finché lo si ha, non si dovrebbe soffrire di meno nel perderlo? Che ne pensate?