Ezio Vendrame con la maglia della Lanerossi Vicenza

Forse non tutti ricordano il calciatore Ezio Vendrame. Anzi, forse quasi nessuno. Ma nel sottobosco della rete, principalmente tra i blogger, le sue gesta vengono ancora raccontate con affetto e ammirazione. Soprattutto in questi giorni in cui si parla di un calcio inquinato dal denaro e dalla truffa delle scommesse, la gente ha ancora bisogno di eroi romantici e ribelli come lui. Val la pena di parlare di Ezio Vendrame, definito, per la sua condotta esuberante, il George Best del calcio italiano. Boniperti lo paragonò a Kempes. Nereo Rocco, invece, credeva che fosse pazzo. Sì, perché Vendrame era un atleta stravagante. Per il suo modo di stare sul terreno di gioco, per la sua vita fuori dal campo, piena di donne e sesso, per i suoi comportamenti curiosi.

Come quella volta che, dopo aver fatto un tunnel a Gianni Rivera, gli chiese scusa. Poi si giustificò dicendo che il giocatore rossonero era “un artista del pallone” e che si era scusato perché gli dispiaceva veramente averlo umiliato in quel modo davanti al pubblico di San Siro. Vendrame esordì in serie A nel 1971 con il Lanerossi Vicenza. Da subito si distinse per le sue giocate di alta classe che però alternava a prestazioni sotto tono. Con la sua aria da hippie, capelli lunghi e barba folta, Ezio riuscì a conquistare il pubblico vicentino. Dopo tre anni con la maglia biancorossa passò al Napoli, con cui giocò appena tre partite in tutto il campionato, e poi al Padova. Vendrame aveva un grosso “problema”: amava immensamente le donne. Ne aveva tantissime. E per questo soffriva terribilmente il fatto che il campionato si giocasse di domenica. Spesso, infatti, era rimasto in tribuna a causa delle sue notti brave prima della partita.

Ma il vero problema di Ezio era un altro. Per sua stessa ammissione, lui “amava giocare a pallone, ma non gli piaceva fare il calciatore”. E per questo non riusciva a sopportare l’estrema rigidità di quel mondo, lui che era un poeta ribelle già ai tempi, amico fraterno di Piero Ciampi. Di quel mondo mal sopportava anche combine, intrallazzi, partite truccate, truffe. Prima di tutto per rispetto degli sportivi che seguivano il calcio con passione, la stessa con cui lui giocava. Così nella stagione 1976-’77, durante il campionato di Serie C, si rese protagonista di un episodio che ancora val la pena di essere ricordato e raccontato. La partita era Padova-Cremonese. Ezio Vendrame vestiva la maglia del Padova. Il giocatore sapeva che il risultato era già stato concordato prima di scendere in campo. Da sempre, Ezio era insofferente a questo tipo di accordi. Così, durante una sonnecchiante fase di gioco a centrocampo, prese palla, si girò e puntò verso l’area della propria squadra. Anche i compagni erano confusi e smarriti. Qualcuno provò a fermarlo, ma Ezio lo dribblò e proseguì la corsa verso la porta fino a trovarsi a tu per tu con il proprio portiere. A quel punto, dopo aver fintato il tiro, stoppò il pallone con la pianta del piede. Tutti i tifosi del Padova, che lo avevano seguito con sguardo allibito, tirarono un sospiro di sollievo. Tra il pubblico, però, c’era anche qualcuno debole di cuore. Un tifoso che si spaventò a tal punto da morire di infarto.

Ezio aveva dato una lezione ai propri compagni e aveva ravvivato una partita che si stava rivelando una vera noia. Come lui stesso ammise anni dopo, chi era debole di cuore non doveva andare a vederlo giocare. Questo non fu l’unico episodio in cui il giocatore di origini friulane dimostrò una certa insofferenza per il mondo del calcio e per le sue storture. Sempre nella stessa stagione affrontò l’Udinese, la sua ex squadra ai tempi delle giovanili, che stava lottando per la promozione dalla C alla B. In quell’occasione gli fu proposto di “giocare male” la partita in cambio di 7 milioni di lire. Inizialmente Ezio accettò. In quei giorni, infatti, il Padova navigava in cattive acque finanziarie e i premi partita erano di 22mila lire a punto. Ma quando scese in campo e sentì i suoi ex tifosi che lo fischiavano, Vendrame scelse di giocare a pallone come sapeva, segnando una doppietta. Quel giorno il Padova vinse 3 a 2. Uno dei due gol lo realizzò da calcio d’angolo, annunciando al pubblico che avrebbe segnato. Alla fine della partita Ezio tornò a casa con 44mila lire. Poche, certo, ma pulite come la sua dignità.

Oggi Vendrame vive nella campagna friulana. Scrive libri, qualche poesia e suona la chitarra. Fino a qualche tempo fa allenava anche le squadre giovanili del Venezia e della San Vitese. Pare che non abbia molta nostalgia del mondo del calcio, almeno di quello giocato ad alti livelli. Ma forse è il calcio moderno a sentire la mancanza di gente come lui.

di Salvatore Coccoluto