Vieni con me / Vieni in piazzale Maciachini / Son tutti buoni a portarti a spasso sui Navigli / E io invece no / Ti porto in piazzale Maciachini / Tra un vecchio chiosco due mignotte e sei tombini.

Dobbiamo a Folco Orselli, meneghino doc classe ’71, il merito di tenere in vita la grande tradizione degli chansonnier milanesi. In chiave moderna ed evitando l’ortodossia degli stili, ma continuando ostinatamente a raccontare storie. “Generi di Conforto”, il quinto disco solista, è in questo senso il lavoro più maturo della sua carriera. E non solo perché coraggiosamente prodotto da una etichetta di sua proprietà, la Muso Records; ma anche perché, come ci racconta lui, a quarant’anni non si può più tornare indietro, né mettere la sordina alle passioni e alla creatività. Oltretutto la nostra epoca è preda di paure, “è senza coraggio”, quindi bisogna “ascoltare le esperienze degli altri, capire le persone”, per creare un prodotto che sia al contempo “genere di conforto” e fonte di riflessione. Una nuova poetica della realtà per un mondo che di poetico sembra avere ben poco.

Ma niente paura: se per comporre Folco Orselli si è isolato in un trullo vicino a Martina Franca, non è perché Milano, la città da lui raccontata in tante canzoni, abbia cessato di essere fonte di ispirazione. Al contrario, le 10 canzoni dell’album sono ancora una volta impregnate di nebbia e tombini. E di cinema, quello in cui musica e immagini diventano un tutt’uno armonizzato alla perfezione. Come in Chaplin, Sergio Leone, Hitchcock…

“Il movente di questo disco me lo hanno dato il cinema e la possibilità di suonare con un’orchestra d’archi. Avevo già fatto un cameo in Agata e la tempesta, il film di Silvio Soldini nel quale cantavo anche una canzone nei titoli di coda. Ora volevo fare un percorso a ritroso. Producendo un disco in cui i testi fungessero da sceneggiatura e la musica, grazie al supporto dell’orchestra, da colonna sonora”.

Cambiando di volta in volta i generi musicali…
Come ho sempre fatto. Già il funk di Milano Babilonia mi era servito per raccontare una città frenetica nella quale non mi riconoscevo. In Generi di Conforto questo principio è stato esteso a tutti i pezzi. Per esempio La Ballata del Paolone, dedicata a un vagabondo innamorato, è una canzone molto “chapliniana” sia nel testo che nella musica. Racconta l’amore di un clochard per la sua “barbonessa” che finisce quando lei decide di abbandonare la vita da strada, e ci sono gli archi che “visivamente” ti fanno sentire nella scena. Come faceva Chaplin, un maestro nell’usare la musica come contrappunto alle immagini

Lo stesso discorso vale per La ballata di piazzale Maciachini, che in pochi versi di grande poetica racchiude il senso di una città.
Di fronte al mondo proposto dalla pubblicità, un po’ di plastica, l’amore si può trovare anche in una piazza di quasi periferia lontana dal “giro dei Bastioni”, in uno “slargo che non c’ha una cosa bella” e dove “non vuotano i bidoni”. Ma è una forma di felicità anche quella, perché in fondo la felicità la puoi trovare da te. Certo, se uno è artefice della propria vita e se uno crede nella felicità

È una costante delle tue canzoni il fatto di indossare maschere?
Sì, mi piace indossare maschere per raccontare delle storie. Già in Senza neanche una lira avevo raccontato la vecchiaia del Ciappina, il gangster galantuomo della famosa rapina di via Osoppo del 1958. Ma Generi di Conforto contiene anche canzoni più esistenziali, come Dubbi, in cui ho voluto essere me stesso senza per questo evitare di dire cose vere. I dubbi sono infatti quelli di molti della mia generazione, che probabilmente non percepiranno la pensione. È la paura del futuro, di questa “falsata verità”, nel mio caso della vita “palcoscenica”

La musica può, come accaduto in passato, essere di supporto alla nuova ondata di proteste mondiali?
Oggi è molto difficile capire cosa succede, perché abbiamo di fronte un nemico invisibile. Una volta c’era lo Stato, le diseguaglianze, il padrone, adesso c’è la grande finanza. I nemici stanno dentro un castello invisibile ed è difficile trovare un colpevole. La musica è lo specchio di questa società senza prospettive. Per di più quella proposta ai giovani è fatta per non pensare. I dj, le discoteche, il pum pum ipnotico e anche le droghe servono solo ad annullarsi. Un tempo la musica era uno strumento per sognare un mondo migliore. Oggi, al contrario, serve per non sognare affatto. Questo è preoccupante. Sembra che in giro ci sia più paura che sogno. Ecco perché bisogna reagire. Per quanto riguarda me, ho dichiarato la mia secessione: ho creato una mia etichetta, la Muso Records, con la quale posso produrre in libertà

Però, come sanno bene i clochard, la libertà ha un prezzo
Il prezzo della libertà è che sei sempre un outsider, anche se di gavetta ne hai fatta tanta. Ma ha un vantaggio. Puoi creare quello che ti pare ed essere libero di esprimerti. Certo, il problema è la comunicazione, che poi è il problema della possibilità di scelta. Le radio trasmettono solo poche decine di brani, in Tv girano sempre le stesse facce. Penso che se una major lasciasse libertà di espressione a un’artista e questo avesse successo, ci rimarrebbero male… Ma io credo nei gusti del pubblico. Così la Muso Records prova ad andare oltre le major. Mi piace pensare che un piccolo successo mio sia un insuccesso loro. Bisogna decidere di essere liberi

Hai detto di preferire Jannacci a Gaber e Mazzola a Rivera. E tra Pisapia e Boeri con chi ti schieri?
Ho votato Pisapia alle primarie, l’ho supportato in campagna elettorale con una serie di iniziative insieme a molti artisti… Poi, una volta vinto, siamo stati dimenticati. Eppure il cambiamento è passato da noi. Però quello che fa più male è la mancanza di coraggio. Prendi i vecchi cinema di periferia. Una volta mandavano le terze visioni, poi i film a luci rosse. Adesso sono chiusi o trasformati in qualcos’altro. Potrebbero diventare bellissime sale per concerti e luoghi di ritrovo. C’è molta gente in giro pronta a rimboccarsi le maniche. Per cambiare veramente basta avere un po’ di coraggio