Il governatore Mike Morris (George Clooney) è il favorito alle primarie del partito democratico e il favorito per la Casa Bianca. Il suo staff operativo brilla di talenti, primo tra tutti Stephen Meyers (Ryan Gosling), il capo della comunicazione, un giovane di grandi speranze, sufficientemente cinico per stare in politica ma non ancora troppo svezzato per essere definitivamente freddo. Così, quando Stephen scoprirà che il “suo” presidente ha ceduto alle grazie della bella stagista di turno (Evan Rachel Wood), il disincanto prenderà il sopravvento. E il tradimento distruggerà la lealtà.

Siete in cerca di sorprese? Accomodatevi a vedere Le idi di marzo. Difficile infatti trovare un film involuto ma anche piatto. Un film in cui il plot non parte mai perché è privo di un evento veramente forte, ma che in compenso mette (malamente) in campo due intrighi per nulla intriganti che procedono paralleli finchè non si capisce che c’entrino tra loro. Lo scopriamo. E la scoperta aggiunge un ulteriore elemento di sorpresa: oibò, il film è davvero di una banalità sconcertante. La politica è una cosa cinica e bruta. Le persone non sono quel che sembrano e basta un passo falso perché la (labile) fiducia si spezzi.

La terza e decisamente peggior regia (regia? Non pervenuta) del divo Clooney è una delusione su tutta la linea. Personaggi senza spessore, storia trita, morale scontata, ritmo assente. Un morto che si muove sullo schermo. E pare anche presuntuoso che al bravo George sia venuto in mente di scomodare Shakespeare e il Giulio Cesare per cotal vicenda. Che fa cader le braccia a iniziare dalle battute, un catalogo di luoghi comuni che vanno da “sei il migliore, voglio che passi dalla nostra parte” a “sono single perché ho sposato la campagna elettorale”. Tutti gli stereotipi del genere “siamo fighi e vincenti”, sono squadernati quasi come un vanto.

Insopportabili le immagini di personaggi in ombra che si stagliano sulla bandiera a stelle e strisce, insostenibile la storia della stagista. Letta sui giornali, ancor prima della presentazione a Venezia, metteva preoccupazione per l’ovvia equiparazione con Clinton. Il beneficio del dubbio però va sempre dato, perché un film non si può mai valutare sulla carta. Ebbene, l’ovvietà vista in immagini è anche peggio. Non poteva venire in mente, agli sceneggiatori, un intreccio più originale? L’hanno fatto apposta, certo. Ma l’immaginario legato a quell’evento è molto forte e per affrontarlo va messa in scena una rappresentazione all’altezza. Non è questo il caso. L’intersezione tra l’errore del politico (andare a letto con la donzella) e quello del suo consulente (flirtare con la concorrenza) con la conseguente morale che non bisogna mai sbagliare perché tutti siamo ricattabili, non basta a sostanziare tale profluvio di già noto.

Il problema sono in realtà i personaggi: vuoti, bidimensionali, stinti. Sarà per questo che gli attori danno il peggio: Ryan Gosling è inespressivo come una pecora, Clooney esile e di maniera. Le motivazioni interiori dei protagonisti sono inesistenti, tutto resta esteriore. L’obiettivo del governatore è vincere, quello del giovane mai troppo distante dal fare carriera. Stephen non è un idealista che cambia, ma un piccolo squaletto che diventa squalo. L’evoluzione è troppo minima per coinvolgere o sconvolgere. Cosa li muove in profondità, non è dato sapere. Forse solo l’inerzia del continuare ad agire. Ma il film non lo mostra, e tutto resta una supposizione. Fin troppo generosa.

Neppure la polarità padre/figlio (non originale, ma forse fruttuosa) viene in mente nel rapporto tra i due protagonisti. Che sono legati solo da una relazione puramente strumentale. Insomma, manca totalmente un conflitto reale, un’innocenza da perdere o una crudeltà veramente da affermare perché possiamo prendere sul serio l’idea del tradimento. Qui nessuno tradisce nessuno, perché nessuno è in realtà presente a se stesso con un’intenzionalità forte. Tutti sono figurine. E mettono in scena un canovaccio raffazzonato. Alla fine, regna solo una noia mortale.