“L’articolo 18 non è un tabù”, detta la linea la signora Marcegaglia. “Basta con i miti”, aggiunge Casini. “Confronto senza totem”, incalza la ministra Fornero. Che bella compagnia di dissacratori, che festival dell’anticonformismo e del coraggio intellettuale, nientepopodimeno che…stanno sfidando gli…ultimi e i penultimi della scala sociale.

La loro è una campagna ideologica basata sulla indimostrata affermazione che senza questo articolo sarebbe più facile assumere i giovani. E perché mai? Nessun fatto, o conferma; al contrario i più illustri giuristi hanno dimostrato come quell’articolo sia servito nel tempo ad impedire arbitrii, discriminazioni, espulsioni per motivi estranei alla cessata attività o alle ristrutturazioni aziendali. In Italia si licenzia ogni giorno per fallimento, ristrutturazione, crisi aziendale, delocalizzazione.

L’articolo 18, il tabù, serve ad impedire le schedature, le discriminazioni, la cacciata “senza giusta causa”, così è stato messo un freno alle peggiori forme di arroganza e di prepotenza. Così, dovrebbero ricordarlo alcuni editorialisti sempre indulgenti con se stessi ed implacabili con gli altri; non pochi giornalisti sono riusciti a vincere le loro cause e a salvaguardare il loro diritto alla libertà di critica e di espressione. Non si tratta dunque di difendere un tabù, ma di preservare una norma civile e giusta, di impedire che, nel pieno di una crisi devastante, si colpiscano ulteriormente garanzie e diritti.

Ogni qualvolta un governo ha provato a colpire l’articolo 18 e lo statuto dei lavoratori, Articolo21 ha condiviso le proteste dei sindacati e dei lavoratori; questa volta sarà lo stesso, e se bisognerà ripartire da Piazza San Giovanni non avremo esitazione ad esserci e a schierarci. Continuiamo, tuttavia, a sperare che il governo voglia occuparsi d’altro, magari di quell’asta sulle frequenze che richiede davvero tutte le energie di Monti e Passera per superare le resistente del Caimano.

Questo, per ora, è davvero il primo gigantesco tabù da abbattere.