Che il governo Monti fosse totalmente inadeguato di fronte alla questione ambientale lo si era capito già durante le prime fasi di gestazione. Adesso si rivela incapace di tenere la barra in una navigazione a vista, attenta solo alle tempeste finanziarie, ma insensibile all’allarme del degrado naturale.

Inizialmente sembrava che il Ministero dell’Ambiente dovesse essere soppresso e le deleghe assegnate a quello dello Sviluppo economico. Una volta investito, Corrado Clini, non ha perso tempo nel dichiarare la sua propensione per il nucleare, per gli Ogm e per le tratte ad Alta Velocità e nel manifestare un entusiasmo mal riposto per l’accordo al ribasso di Durban. Poi, all’incontro internazionale a Firenze con i governi locali, si è corretto e ha affermato che “il sistema dei grandi monopoli che hanno dominato il mondo dell’energia negli ultimi cinquant’anni non è più compatibile con la necessità di uno sviluppo sostenibile”. Sembrerebbe dottor Jekyll e mister Hyde.

In un’altra occasione, il ministro Passera ha genericamente ammonito che “gli incentivi alle rinnovabili vanno pensati solo nell’interesse del Paese e di tutti gli operatori del settore”. Ma non ha assicurato che non ci saranno più docce fredde come nell’ultimo anno su uno dei settori più vitali e promettenti del panorama nazionale.

Sul tavolo di Monti ci sono molte vertenze di riconversione di centrali a gas in centrali a carbone, a cominciare da Porto Tolle. Le prime dichiarazioni non sono confortanti: pare che al vaglio vi siano delle ipotesi di “spostare il carico fiscale in modo da incentivare gli investimenti in direzione delle tecnologie più avanzate a basso contenuto di carbonio” che, nel linguaggio orwelliano che contraddistingue il governo tecnico, significa dare credito al cosiddetto carbone di seconda generazione, quello per cui strizzano l’occhio a Roma e a Francoforte i due Mario nazionali, con grandi impianti di stoccaggio di CO2 nel sottosuolo!

Peraltro i rari cenni di politica energetica contenuti nella manovra “Salva Italia” sono solo preoccupanti. Le detrazioni per gli interventi di risparmio energetico negli edifici sono traballanti e la misura del 55% è stata ristabilita solo per due anni. Ci sono poi i provvedimenti per lo svuotamento delle dighe dai detriti, che vengono inseriti in un contesto di sicurezza, senza però avere alcun legame con la reale situazione idrogeologica nazionale, che dovrebbe puntare innanzitutto alla pulizia degli alvei. I commi, contenuti nell’articolo 43, prevedono che i costi di svuotamento siano a carico dei concessionari, che saranno liberi di scaricarli sulle bollette dei consumatori. Si prevede un giro d’affari di un miliardo di euro, a fronte di svariati milioni di metri cubi di ghiaia da trasportare altrove. E tutti sanno (si pensi solo agli scandali in Lombardia) che su cave e bonifiche incontrollate – adesso addirittura soggette a finanziamento a carico dei consumatori alle aziende di movimentazione della terra – si sono concentrate la corruzione politica e le mafie.

La derubricazione della questione ambientale nelle priorità delle politiche non è soltanto una delle tante conseguenze nefaste della crisi, ma è un punto nodale del pensiero economico (ideologico) di questo governo. L’aumento del gas e dell’elettricità che si registrerà da gennaio 2012 (53 euro l’anno in più a famiglia) non servirà certo a migliorare l’ambiente, che diventa un attore del gioco solo nel momento in cui consente prospettive di nuova accumulazione. D’altronde, la maggior parte delle analisi non elabora il fatto che esiste un rapporto di determinazione tra la crisi ambientale e quella economica, per cui il degrado naturale finisce col diventare un fattore costitutivo della recessione globale.

di Mario Agostinelli e Giovanni Carrosio