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Occupy London e il diritto di scegliere

Occupare Londra. Una volta arrivati ai piedi della cattedrale di Saint Paul ciò che colpisce è la quiete di una sera come tante. Tim ci accoglie nella sua tenda quando, alle sei del pomeriggio, la notte ha già inghiottito Londra e le sue luci. Il discorso del decano tra gli attivisti, Reverendo Jesse Jackson, poco prima del tramonto non l’ha convinto ma non se ne cura. “Avessi la fede troverei le sue parole sullo spirito di Cristo nella nostra protesta un ottimo motivo per andare avanti. Invece, non avendola ma trovandole ugualmente intelligenti, le prendo come spunto per non fermarmi”.

“Cristo occupò il Tempio e lo liberò dai ladri e dai briganti”, ha detto il reverendo. “Cristo oggi avrebbe le mani legate come noi”, gli risponde idealmente Tim. La laicità del movimento non è certamente in discussione ma da più parti ci si domanda quanto peso abbia, ai fini della protesta, la mancanza di una direzione precisa, di una precisa unione d’intenti una volta scosso il sistema nelle sue fondamenta. Glielo domando e la risposta non contribuisce a chiarirmi di molto le idee.

Ci sono elementi trasversali, tratti che uniscono varie correnti di pensiero che si muovono sotto l’egida dell’anticapitalismo. In questo preciso momento storico occorre scuotere l’opinione pubblica, farle capire che i dettami degli uomini della City e degli altri distretti finanziari del mondo non vanno accettati senza opporre resistenza, che esiste un modo per opporsi allo status quo, che gli artifizi bancari rispondono a leggi parallele a quelle dello Stato e del popolo”.

Usciamo dalla piccola tenda verde e respiriamo l’aria sempre più fredda che sembra arrivare diretta dalla sponda del Tamigi e la piazza ci sembra un’isola sperduta in un mare di luci che la ignorano, la respingono per ricordarsene solamente la mattina sulla via dell’ufficio.

I mezzi d’informazione”, mi dice, “sono schierati in maniera perentoria a favore o contro di noi. Non sembrano esistere mezze misure. E la cosa è già una piccola conquista”. Tra le mani ho la stampa di un articolo del tabloid Daily Star il quale, senza troppi giri di parole, accusa i manifestanti a Saint Paul di essere un ricettacolo di droghe e violenza.

Tim sorride e già intuisco la sua risposta. “C’è una precisa volontà di non alterare lo status quo di cui ti parlavo prima. Non parlo necessariamente di un ‘grande complotto’, bensì di una certa pigrizia culturale che fa sì che giornali come i tabloid, con un target di lettori tradizionalmente low class e poco avvezzi all’approfondimento, si facciano un’idea totalmente sbagliata di questo e di altri movimenti di protesta. L’ironia vuole che iniziative come questa o Occupy Wall Street abbiano in mente proprio quel ramo della società come principali beneficiari del cambiamento. È un corto circuito tristemente grottesco che è alla base dei conflitti sociali che hanno permesso il proliferare di mostri come quelli che hanno causato il collasso economico che stiamo vivendo”.

Se il crollo del Muro di Berlino ha posto fine ai conflitti tra le ideologie decretando, come affermato dal politologo Francis Fukuyama, l’inequivocabile vittoria del modello liberal-democratico occidentale e la conseguente ‘fine della Storia’, allora c he tipo di conflitto abbiamo di fronte quest’oggi? “Forse la mancanza di una concorrenza ideologica è anch’essa una forma di schiavitù. A noi non resta che la ribellione e l’occupazione di ciò che è nostro. L’alternativa è comprare. Comprare, consumare e morire. Senza avere mai scelto. Senza aver mai saputo che si doveva scegliere”.

di Alex Franquelli, giornalista freelance a Londra
foto: Francesca Colasanti

Sito web: www.alexfranquelli.com
Twitter: @alexfranquelli


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