Alle 8 di mattina si è presentato con 10 metri di catena di ferro al collo di fronte ai cancelli della cooperativa Coopsette di Castelnovo Sotto, nella bassa reggiana. Questo il gesto estremo compiuto dal 64enne imprenditore di origine veneta Leonida Boron, titolare della Boron Ancoraggi Srl di Marano Ticino (Novara).
Un’azione clamorosa e disperata per esigere il pagamento di una fattura da 169.400 euro da parte della società consortile Nodavia del gruppo Coopsette. La determinazione dell’uomo ha portato i suoi frutti. Un’ora più tardi è partito l’ordine di pagamento per una commessa relativa a un collaudo su un cantiere pubblico dell’alta velocità a Firenze.

”Io ho lavorato per fare delle prove di carico su questa commessa pubblica”, ha detto Boron dopo il blitz, “i pagamenti erano in ritardo. Non potevo più aspettare e questa mattina mi sono presentato in catene. Sono all’esasperazione”.

La vicenda giunta a una conclusione positiva si lega ai lavori di Novadia per la realizzazione delle infrastrutture dell’alta velocità Firenze, opera che vale più di 710 milioni di euro. Al costruttore piemontese ne devono andare molto meno, 169 mila euro, tasse incluse, e non vedendosi contestati gli interventi realizzati si aspettava il pagamento entro il 30 novembre, come da contratto.

Invece, trascorsa la scadenza, sul proprio conto corrente non ha visto arrivare il saldo dei lavori svolti, neanche parziale. Prima Boron ha tentato un recupero crediti per vie tradizionali sollecitando il pagamento. Allo scopo, il 6 dicembre scorso ha inviato anche un telegramma in cui scriveva che “la mia fattura è scaduta […] pertanto la prego di effettuare il bonifico immediatamente in quanto ho delle necessità impellenti. Trascorsi 3 giorni sarà costretto ad agire per vie legali per il recupero”.

Ma la situazione non si è sbloccata e allora Boron si è rivolto a un avvocato di Verbania, Mario Di Primio, per tentare l’ingiunzione di pagamento, come annunciato in una lettera inviata il 13 dicembre. Inoltre il legale ha scritto anche del ritardo avrebbe dato notizia anche a Italfer, la società per azioni che opera per conto di Rete Ferroviaria Italiana e che è il committente principale dei lavori per l’alta velocità. Tuttavia si tratta di una via che, seppur non scartata, risulta poco compatibile con i tempi dei pagamenti che l’imprenditore deve affrontare: stipendi, tredicesime, contributi previdenziali e il carico Iva che comunque, avendo emesso fattura il 30 settembre scorso, lo Stato gli chiede di versare senza che abbia incassato l’importo degli interventi eseguiti.

Interventi che, affidati il 21 luglio 2011 da Novadia alla società di Leonida Boron, prevedevano “la realizzazione del passante ferroviario alta velocità del nodo di Firenze, della nuova stazione Av, delle opere infrastrutturali connesse alla fluidificazione del traffico ferroviario (scavalco)” e opere che dovessero completare il nodo centrale della commessa. Alla gara indetta da Italfer, Coopsette si è aggiudicata i lavori il 2 aprile con un’associazione temporanea d’imprese, sostituita poche settimane più tardi da una società di progetti.

Nelle diverse attività da svolgere c’era quella affidata in estate a Boron, prove di carico su quattro pali al costo di 35 mila euro a palo e relativa messa in sicurezza. Nel contratto si stabiliva che i tempi di pagamenti sarebbero stati di 60 giorni e che tutto doveva essere svolto osservando quanto prescritto dalle note Emilia Romagna-Toscana per la realizzazione delle grandi opere e dalle leggi che regolamentano il rapporto di lavoro con i dipendenti (la cui documentazione Inps è stata presentata all’azienda committente).

Però dei soldi 140 mila euro più Iva (169 mila in totale) nulla. E l’esasperazione di Leonida Boron ha raggiunto il colmo, tra la necessità di dare ai suoi lavoratori quanto deve loro e ottemperare agli obblighi fiscali di fine anno. Di qui la decisione di non attendere i tempi delle controversie legali in materia e di manifestare la propria rabbia contro Coopsette. Manifestare con le catene che sono state usate oggi.

“I dirigenti della Coopsette di fronte a questo gesto”, ha aggiunto Boron, “molto gentilmente hanno preso atto della situazione, mi hanno invitato a un colloquio ed hanno pagato la fattura”. La riflessione dell’imprenditore veneto che opera in provincia di Novara però è amara. “In Italia siamo arrivati a questo punto a imprenditori che si incatenano di fronte ad altre aziende, Io non volevo arrivare ai livelli del mio conterraneo Schiavon che ha lasciato un biglietto alla sua famiglia e si è suicidato”, dice pensando alla tragica morte dell’imprenditore padovano che si è tolto la vita.

E in conclusione afferma: “Piuttosto che lasciare un biglietto alla mia famiglia ho preferito venire qui di fronte ai cancelli della cooperativa e fare questo gesto, che capisco può risultare forzato, ma la situazione generale è drammatica. Ringrazio alla fine Coopsette che mi ha ascoltato e ha pagato la fattura”.

di Matteo Incerti e Antonella Beccaria