Uno dei problemi principali del nostro Paese riguarda l’approvvigionamento energetico. Con circa l’89% di quota importata dall’estero, a fronte di una media europea del 54%, l’economia italiana risulta legata alle oscillazioni dei costi energetici del mercato internazionale.

Il prezzo di petrolio e gas – nostre principali fonti energetiche – è aumentato inesorabilmente, nonostante il calo dei consumi globali del 2008 e 2009 dovuti alla crisi che sta investendo gran parte del pianeta, con conseguenti riflessi inflattivi sull’intera economia del Paese. Il solo costo del greggio è tornato rapidamente, dopo un calo a fine 2008 dovuto alla congiuntura economica globale, a superare la soglia dei 100$ a barile, con previsioni di crescita oscillante tra il 12 e il 18% per il 2012.

La famigerata liberalizzazione del mercato energetico, tanto voluta dal governo Prodi e appoggiata ciecamente dal governo Berlusconi, ha unicamente sortito come effetto il proliferare di produttori, senza modificare in maniera significativa il mix energetico e conseguentemente senza contribuire sensibilmente alla riduzione dei costi.

Fatte queste premesse, ci si aspetterebbe un intervento statale con politiche di mitigazione dei prezzi e investimenti rivolti all’indipendenza energetica e al calo della bolletta nazionale o almeno una regolamentazione che possa dirigere il mercato verso la riduzione della domanda, in linea con le recenti direttive comunitarie. Purtroppo – al solito – lo scenario è ben diverso. Se da un lato il Ministero per lo Sviluppo Economico provvede a giorni alterni a confermare e cancellare i programmi di incentivazione, a discapito di tutto il settore dell’efficienza energetica, dall’altro le maggiori compagnie energetiche vengono lasciate libere di curare unicamente i propri interessi a danno della collettività.

Lampante è l’esempio di una delle maggiori aziende dell’energia in Italia, l’Eni, che non si limita ad offrire pacchetti di fornitura per l’utenza residenziale con tariffazione indipendente dall’orario, ma aggiunge la possibilità di un cambio della caldaia per piccoli appartamenti, rateizzata nella bolletta. Metterei da parte l’ovvia critica alle offerte al consumo ad unica fascia tariffaria, che contribuiscono a sovraccaricare il sistema energetico nazionale nei periodi di picco della richiesta, non incentivando all’uso razionale dell’energia e gravando ulteriormente sul bilancio delle importazioni. Vorrei, invece, concentrarmi sull’offerta della caldaia.

L’Eni offre, ad un euro al giorno per tre anni, l’installazione di una caldaia a domicilio. Ci si potrebbe aspettare un’offerta vantaggiosa rappresentata da tecnologie di ultima generazione come le caldaie a condensazione, capaci di far risparmiare fino al 35% del gas. Invece, la caldaia offerta appartiene alla peggiore categoria di consumo (bruciatore a camera aperta), legando il cliente per 10-15 anni di vita dell’apparecchio ad un consumo elevato, a puro vantaggio dell’Eni. Nel Regno Unito, la British Gas, certamente non una delle società più attente alle tematiche ambientali, provvede ad isolare i tetti delle abitazioni del propri clienti a prezzi concorrenziali – in molti casi a costo zero – contribuendo al calo dei consumi di circa il 15-20% e aumentando il comfort degli ambienti.

E’ inevitabile che l’ottusità mentale e l’ignoranza della classe manageriale nazionale si riflettano su politiche economiche che ineluttabilmente si ripercuotono sull’utente finale. Nel caso specifico, l’aumento dei consumi determina il duplice danno all’utente finale, rappresentato dall’elevata bolletta, e al sistema economico nazionale, deviando maggior capitale verso l’estero (l’Italia importa il 90% del gas) e sottraendo gettito altrimenti dedicato a politiche di risparmio energetico e di produzione da fonti rinnovabili.

L’Italia è priva di un piano energetico nazionale sin dal lontano 1987 e le prospettive future non sono rosee, vista la totale assenza di intenti, nei confronti di un tale progetto, da parte dell’intero arco parlamentare. Prescindere da un’impostazione generale improntata sulla sostenibilità ambientale, soprattutto nelle politiche di regolamentazione dei mercati direttamente interessati, manifesta la pericolosa e perdurante staticità politica nei confronti del trend globale di crescita del settore. I benefici derivanti dall’abbattimento dei costi sociali e ambientali e dalla creazione dell’indotto industriale rappresentano una preziosa risorsa per un Paese che ha estrema necessità di rinnovare il suo impianto produttivo.