Se ne è andato, a 75 anni, Vaclav Havel, l’eroe di quella Cecoslovacchia che aveva efficacemente definito “Assurdistan”, soffocata com’era dalle spire grigie e orwelliane del socialismo reale. La sua rivoluzione di velluto, iniziata nel novembre 1989, ha rappresentato uno dei momenti più alti e vibranti del risveglio dell’Europa orientale dopo decenni di oscurantismo comunista. Una rivoluzione pacifica, che non raggiunse i picchi violenti di quella rumena, né l’alto tasso di sindacalizzazione di quella polacca, ma riuscì comunque a piegare una dittatura anomala e alienante come quello cecoslovacca, che poco più di vent’anni prima aveva soffocato, con l’aiuto fondamentale dei blindati sovietici, la Primavera di Praga.

Ma l’impegno intellettuale e politico di Havel veniva da lontano e affondava le sue radici nel risveglio culturale del Paese negli anni Sessanta. E l’ex presidente cecoslovacco (1989-1992) e poi ceco (1993-2003) poteva contare anche sul suo talento di sagace drammaturgo, di intellettuale di prima grandezza, come arma di dissidenza politica in anni difficili come quelli della sua giovinezza. Un teatro civile ma non ciecamente ideologico, il suo, con opere che volevano risvegliare l’intelligenza dello spettatore, allargando gli orizzonti su questioni quotidiane e impellenti, trasformando il messaggio teatrale in una pacifica chiamata alle armi contro il giogo del socialismo reale.

Il suo impegno durante la Primavera di Praga provocò il suo allontanamento dal circuito culturale cecoslovacco, ma pochi anni dopo torna ad esplodere in tutta la sua rivoluzionaria efficacia con il documento Charta 77, una pietra miliare nella lotta al comunismo filosovietico. A rileggerlo oggi, quel testo sembra uno dei tanti appelli vergato da intellettuali engagés per chiedere il rispetto dei diritti umani e civili in questo o quel paese del Terzo Mondo. Eppure, quasi trentacinque anni fa, quel manifesto nato come reazione all’arresto dei membri di una band di musica psichedelica a Praga, aveva rappresentato un colpo di piccone assestato con sapiente cura nel cuore del muro comunista.

E la traversata nel deserto sarebbe continuata ancora a lungo, fino appunto a quel 1989 che avrebbe cambiato il corso della storia (o la sua fine, secondo l’errata valutazione di Francis Fukuyama). La rivoluzione di velluto avrebbe finalmente dato ragione all’impegno fermo ma mai estremista, convinto ma mai ideologico, dello scrittore-politico. Poi la presidenza della Repubblica e i primi anni difficili della transizione, fino alla separazione consensuale dalla Slovacchia nel 1992. Solo con la nascita della Repubblica Ceca, infatti, l’impronta di Havel avrebbe assunto un carattere più prettamente politico. Erano finiti i tempi delle pur fondamentali dichiarazioni di intenti e degli appelli pubblici. C’era una nazione da ricostruire e il leader lo fece a modo suo, con una linea atlantista e di destra liberale, scontrandosi con una società che, una volta conquistata a caro prezzo la libertà, voleva somigliare in tutto e per tutto all’Occidente, anche nei suoi aspetti deteriori.

Ma Havel ha attraversato il Novecento europeo con piglio da protagonista indiscusso, con la perizia del politico navigato e il coraggio dell’intellettuale libero e non conforme. Un uomo che non sopportava la routine annichilente del totalitarismo, la noia del conformismo imposto dal Moloch del socialismo reale. “Il cliché organizza la vita, espropria l’identità delle persone, diventa governante, avvocato della difesa, giudice e legge”, disse.