Stavolta dissento nettamente da Marco Travaglio. Non credo infatti che il carcere possa essere la soluzione dei problemi sociali.

Anche a me ovviamente dà fastidio che resti impunita la criminalità dei cosiddetti colletti bianchi, in realtà rossi del sangue dei lavoratori e del popolo. Evasori fiscali, tangentisti, responsabili di omicidi bianchi, corruttori e corrotti, ecc. sono i colpevoli delle principali piaghe sociali dell’Italia odierna e vanno puniti in modo esemplare.

Ma occorre tener conto del fatto che, anche nei confronti  di  costoro, esistono pene ben più efficaci che devono essere messe in piedi, soprattutto la confisca parziale o totale del patrimonio, tranne il beneficium competentiae (beni essenziali alla vita) e il disprezzo pubblico, da organizzare mediante specifiche forme di messa all’indice e l’assoluta trasparenza che consenta di individuare tutti coloro che speculano alle spalle della collettività.

Da questo punto di vista, occorre osservare come il potere reagisca chiudendosi sempre più nel segreto, dalle reazioni isteriche dei membri della casta alle riprese fatte dal deputato dell’Italia dei valori Barbato, al processo in corso negli Stati Uniti contro il militare Bradley Manning che per primo passò file riservati a Wikileaks, sottoposto a torture e ora a rischio ergastolo.

Per questo è necessario rilanciare oggi la lotta per la trasparenza, come garanzia di lotta all’impunità e sanzione di per sé, come ci insegnano i popoli indigeni, per i quali esclusione dalla comunità e disapprovazione sociale (messa alla gogna) costituiscono potenti sanzioni penali. Nei casi più gravi campi di lavoro e rieducazione che consentano di realizzare le finalità di cui all’art. 27 della Costituzione (rieducazione, appunto, del reo condannato).

Su un punto però Travaglio ha ragione. Su questo come altri temi, il governo Monti rivela la sua natura profondamente affine a quello che lo ha preceduto.  Le recenti proposte delle ministra Severino, pur rispondendo a una necessità urgente che è quella di contrastare il sovraffollamento carcerario, non mettono in discussione l’impianto di classe della repressione penale e dell’istituto carcerario.

A questo proposito, il documento dell’Associazione giuristi democratici, predisposto in occasione della recente assemblea nazionale di Padova, mette in luce, citando fra gli altri il giurista Domenico Gallo, come “il contrasto alla devianza criminale, che costituisce l’oggetto del diritto penale, è stato costruito come contrasto all’emarginazione sociale, cioè come criminalizzazione dell’emarginazione sia attraverso un’ipertrofia della sanzione penale, sia attraverso sanzioni modellate sul tipo di autore… La popolazione degli immigrati rappresenta il bersaglio principale (ma non l’unico) nei confronti del quale si sperimentano le forme più gravi e discriminatorie di questa politica del diritto penale del nemico. Una delle disposizioni più fortemente criminogene è quella che colpisce lo straniero che trasgredisca l’ordine di espulsione”.

Anche da questo punto di vista lo Stato italiano conferma la sua natura classista e razzista.  Il modello sembra essere quello statunitense, dove il tasso di carcerazione ha raggiunto dimensioni allucinanti e nel carcere si trovano prevalentemente appartenenti alle classi povere e alle minoranze razziali.

Ricordo di aver assistito una volta a dei processi nel tribunale penale del Bronx, il quale, come una macchina infernale, siedeva in continuazione, giorno e notte, ventiquattro ore su ventiquattro per 365 giorni all’anno. Imputati, quasi esclusivamente giovani neri o ispanici; capi di imputazione di poco conto: consumo di alcolici o stupefacenti, liti familiari o fra vicini, spaccio in piccola quantità; pene sproporzionate aggravate dalle inevitabili recidive; processi ridicolmente brevi e privi di garanzie, spesso anche della possibilità di esercitare il diritto alla difesa. Vero è che qualche volta negli Stati Uniti viene arrestato e condannato qualche colletto bianco (vedi Madoff) ma quanti altri restano a piede libero? E che prezzo paga la società per questo sistema repressivo perverso?

Il modello quindi non può certo essere questo. La legge Gozzini conteneva alcuni spunti interessanti e utili che vanno ripresi e sviluppati, senza cedere ovviamente di un millimetro nella difesa della società contro i veri attentati alla sicurezza: la criminalità economica e finanziaria (da perseguire anche attraverso nuove norme incriminatrici ad hoc), la corruzione, le mafie, il riciclaggio, l’evasione fiscale, ecc. E il carcere solo come extrema ratio, liberando le decine di migliaia di poveracci che vi sono oggi rinchiusi, fra cui moltissimi stranieri, e consentendo loro una vita degna, che elimina di per sé, il più delle volte, la necessità di delinquere.