Erano da poco passate le 7,30 del mattino, ora locale, quando l’ultima colonna di blindati statunitensi ha lasciato l’Iraq e superato il confine con il Kuwait, prima tappa del ritorno verso gli Stati Uniti. Un centinaio di mezzi blindati, con a bordo un battaglione di soldati, fotografati dai loro commilitoni in attesa sul lato kuwaitiano della frontiera. La scadenza fissata per il ritiro era il 31 dicembre 2011, ma l’amministrazione di Barack Obama – in difficoltà su altri fronti a partire dall’economia – aveva promesso il rientro a casa per Natale.

In Iraq rimangono alcune centinaia di soldati, per l’ambasciata statunitense a Baghdad e per le ultime sistemazioni logistiche, poi anche questo sparuto contingente sarà ritirato, salvo il personale per la sicurezza della sede diplomatica.

Con il ritiro di oggi si chiude ufficialmente una guerra iniziata nella notte tra il 19 e il 20 marzo del 2003, durante l’amministrazione di George W. Bush che, sfruttando l’onda delle conseguenze dell’11 settembre, impose un’agenda in realtà già da tempo predisposta dai circoli neo-con che dominavano la Casa bianca. Alla fine di quasi nove anni di guerra, è toccato due giorni fa al ministro della difesa Leon Panetta, nella cerimonia di ammainabandiera, tirare il bilancio: “Dopo molto sangue versato, dagli iracheni e dagli americani – ha detto Panetta – possiamo dire che ne è valsa la pena: la missione di un Iraq più sicuro e in grado di autogovernarsi è stata compiuta”. Un ottimismo di circostanza che però non può nascondere la fragilità dell’Iraq post-Saddam, tutt’altro che stabilizzato anche se abbastanza lontano dal caos del periodo 2004-2008.

Il sangue è stato effettivamente molto: secondo l’Iraq Body Count, un osservatorio indipendente che calcola le vittime civili dall’inizio del conflitto, tra 98mila e 106mila civili iracheni hanno perso la vita dal 2003 a oggi. I soldati statunitensi uccisi sono stati 4500 e oltre 30mila i feriti.

I costi per l’economia statunitense variano dalla cifra ufficiale di 802 miliardi di dollari alle stime del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che parla di un costo complessivo di 3 trilioni di dollari. Incalcolabili i danni per l’Iraq, le cui infrastrutture sono state quasi completamente distrutte nelle fasi iniziali del conflitto con i bombardamenti aerei e sono ancora in via di ricostruzione. George W. Bush, il primo maggio del 2003, un mese e mezzo dopo l’inizio delle operazioni militari aveva dichiarato la “missione compiuta”. Quel discorso, dal ponte di volo di una portaerei al largo della California, rimase famoso per la sua avventatezza.

In realtà, il periodo peggiore iniziò proprio dopo quel momento, con il Paese avviato in un caos che sarebbe durato fino a metà del 2007, quando il livello di presenza militare statunitense raggiunse i 170mila uomini.

La violenza interna alle componenti della società irachena, gli orrori di Abu Ghraib, le stragi dei kamikaze della galassia jihadista vicina ad Al Qaida, e soprattutto le bugie di Bush sulle ragioni della guerra, smascherate da una parte della stampa internazionale anche prima dell’avvio dei bombardamenti, hanno reso quello in Iraq il conflitto più impopolare negli Usa dai tempi del Vietnam. Alla vigilia del ritiro, il 75 per cento degli statunitensi era ormai favorevole a lasciare il paese mediorientale.

Obama – che nel 2003 si era opposto alla guerra – aveva annunciato il ritiro definitivo a ottobre scorso, dopo il fallimento del negoziato con il governo iracheno. Il Pentagono avrebbe voluto mantenere una più cospicua presenza militare anche per i prossimi anni, e il governo di Baghdad aveva accettato, ma a una condizione: la fine dell’immunità rispetto alla giurisdizione del Tribunale penale internazionale, che gli Usa non riconoscono. Il Pentagono non ha accettato.

Secondo alcune fonti di intelligence, peraltro, alcune unità ritirate dall’Iraq ci metteranno un po’ a tornare negli Usa. La Giordania, che ha un accordo con gli Usa per il transito delle truppe e per l’uso di alcune basi militari, ha accolto alcuni reparti nella base aerea di al Mafraq, a dieci chilometri dal confine siriano.

di Joseph Zarlingo