Al telefono erano agitati. Consapevoli che quella robaccia di ferro velenoso faceva orrore anche ai cinesi, che pure hanno un disperato bisogno di materie prime e importano tutto l’importabile, o quasi. Senza sapere di essere intercettati, gli imprenditori napoletani si sfogano: “Quei container non si possono mandare in Cina perché dentro è proprio una schifezza…”. Eppure per almeno cinque anni, diverse aziende del napoletano hanno esportato in Asia rifiuti speciali violando tutte le norme in materia di smaltimento e messa in sicurezza del materiale industriale di risulta – scarti di lavorazione, di rottamazione delle auto, radiatori, lastre, tubi, computer rotti, lattine – e riversando nei canali di campagna o nelle fogne l’acqua usata per i ‘trattamenti’, inquinando le falde acquifere.

E a leggere gli atti giudiziari allegati alle ordinanze di arresto, le schifezze hanno viaggiato più volte presso il continente asiatico. L’inchiesta è iniziata nel 2006 con il sequestro di 16 container colmi di scarti ferrosi diretti verso l’Asia. Da questa traccia, il comando provinciale della Guardia di Finanza di Napoli diretto dal generale Giuseppe Grassi e la sezione Ambiente della Procura di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Aldo de Chiara, hanno preso spunto per approfondire le circostanze del traffico di rifiuti all’estero. Scoprendo l’esistenza di siti abusivi di trattamento e stoccaggio e una serie di società ‘cartiere’ messe in piedi per produrre fatture false, ‘coprire’ i profitti delle aziende che operavano nel settore dello smaltimento dei rifiuti speciali e giustificare le manovre di import-export con la Cina. E tutto questo avveniva anche grazie anche alla complicità di chi avrebbe dovuto controllare e invece copriva entrambi gli occhi.

Eccola, la piaga della Campania. Dove tra crisi continue, carenze di impianti e interessi criminali, il ciclo dei rifiuti si inceppa e il territorio viene inquinato anche per colpa di imprese ‘border-line’ che agiscono violando le leggi in nome del profitto. Come quelle ‘sgominate’ pochi giorni fa: 14 ordinanze di custodia cautelare (dieci in carcere e quattro ai domiciliari) con le accuse di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, emissione e utilizzo di fatture false, abuso e omissione d’atti d’ufficio, attività di gestione rifiuti non autorizzata, violazione di sigilli, omessa denuncia di reato, falsa testimonianza, favoreggiamento, falso ideologico del pubblico ufficiale e del privato in atto pubblico. Per questa mitragliata di reati, il Gip collegiale di Napoli – competente secondo la normativa sui rifiuti – ha disposto anche il sequestro di 500.000 chilogrammi di rifiuti e di 6 aziende che complessivamente hanno fatturato 250 milioni di euro, insieme ad 8 automezzi. Accertata, secondo l’accusa, un’evasione fiscale di 6 milioni di euro e di Iva di 1.172.000 euro.

Tra gli arrestati, insieme ai titolari, ai prestanome e alle cartiere delle ditte coinvolte, ci sono due ex funzionari della polizia provinciale di Napoli, accusati di aver ammorbidito od omesso i controlli ambientali di competenza del corpo, nato proprio per contrastare i crimini ambientali. “Non sono più in servizio presso il nostro comando” ha precisato la dirigente della Provincia di Napoli Lucia Rea “i fatti contestati risalgono agli anni 2007 e 2008 e quando ho assunto la guida del Corpo, nel febbraio del 2010, i due ex funzionari già non facevano più parte della Polizia provinciale, essendo stati trasferiti, all’indomani della notifica dell’inizio dell’indagine nei loro confronti, presso altri settori dell’Ente per ragioni di opportunità”. L’inchiesta conta 30 indagati in tutto, tra cui altri dipendenti della Provincia di Napoli. Ha fatto emergere l’esistenza di almeno tre sodalizi criminosi che controllavano società e ditte individuali operanti nel settore della raccolta, trasporto, recupero e commercio di rifiuti di rottami di metalli ferroso e non ferroso. Gli scarti ‘trattati’ – male – provenivano per lo più dalla demolizione di autovetture, dalle attività commerciali e industriali, e dalla raccolta dei rifiuti per strada.

Il materiale, allo stato rifiuto, veniva indicato sui documenti di trasporto come Mps (materia prima secondaria) da destinare alle fonderie per la fusione definitiva o ad altre aziende per la eventuale successiva lavorazione. In particolare, secondo le ipotesi degli inquirenti, le aziende non provvedevano a quegli ulteriori trattamenti di ‘messa in sicurezza’ del rifiuto. Anche perché i controlli non erano, per usare un eufemismo, particolarmente intensi. Non sempre, almeno. Gli imprenditori temevano la Guardia di Finanza, e si mostravano particolarmente nervosi all’apparizione di una Fiamma Gialla. Non altrettanto le visite di Arpac e Asl, che ad ascoltare le telefonate intercettate parevano ampiamente annunciate. Quanto ai rapporti con la polizia provinciale, il Gip sottolinea i rapporti di frequentazione tra gli imprenditori dei rifiuti e l’ex vice presidente della Provincia di Napoli Antonio Pugliese. Uno degli addetti ai controlli della polizia provinciale ha messo a verbale che Pugliese era solito informarsi dell’esito delle ispezioni e chiamava i colleghi in ufficio “per raccomandarsi di avere un occhio di riguardo”.