A discutere con gli attivisti del collettivo universitario Bartleby ci sarà Valerio Mastandrea. Venerdì 16 dicembre l’attore romano, interprete di pellicole impegnate come Tutti giù per terra o Tutta la vita davanti, sarà nella città di Radio Alice per dialogare con gli studenti universitari di crisi nel mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

In attesa dell’evento, nonché dell’uscita del suo prossimo film sulla strage di Piazza Fontana (in cui Mastandrea interpreterà il commissario Luigi Calabresi), si fa interrogare da ilfattoquotidiano.it pur abilmente glissando sul nuovo governo tecnico.

Primo argomento. A Bologna, sede della prima università europea e città che come molte in Italia vanta una somma ingente di patrimonio sfitto, il collettivo universitario Bartleby, si è sentito dire dall’assessore alla cultura Alberto Ronchi che “non c’è posto per loro”. L’università, detentrice dello spazio in cui ha sede quello che è diventato un circolo culturale, ha dichiarato la ferma intenzione di “mandare via gli occupanti”.

Cosa significa questo?

“Si continua a mantenere una distanza pregiudiziale tra istituzione e ‘spinte dal basso’. Nello specifico l’università è da secoli un luogo di sviluppo e ricerca. Fondare un circolo culturale, prendersi un posto e svolgere attività incarna esattamente lo spirito di una struttura universitaria. E ‘prendersi’ un posto non significa rubarlo, ma dargli un senso. In una realtà più sana e collaborativa i posti andrebbero cercati e assegnati”.

In una prospettiva di recessione, sul “mercato” intellettuale e umano l’arte cosa porta?

“Quando mi hanno chiamato, ho subito detto ai ragazzi che un dibattito sulla crisi della cultura non sarei in grado di farlo. Ho suggerito invece una chiacchierata in cui l’industria dell’arte fosse un discorso di cui tenere conto. Ma il momento storico che stiamo attraversando fa intravedere anche la possibilità di fregarsene completamente. Lo dimostrano eventi come quelli che organizzano a Bologna, al Valle o al Cinema Palazzo a Roma. Cambia il rapporto tra chi fa un lavoro pubblico e chi ha bisogno di un pubblico vero. Questo è il patrimonio intellettuale e umano di cui l’arte è portatrice, lo scambio, il confronto, senza biglietto da pagare o soldi da guadagnare. Poi nel dettaglio uno fa film perché vengano visti, è ovvio. Anche quello è uno scambio sano”.

Nel mondo dello spettacolo, la “fuga dei cervelli” a che livelli è arrivata?

“Chi fa arte ha il dovere di restare in Italia anche se le prospettive di lavoro e di libertà d’espressione sono minate da assetti politici e non solo. Ha il dovere di restare perché ogni cosa che è cultura ha il compito di raccontare, capire e analizzare quello che succede. E farlo qui ha un senso davvero grande a mio parere. È nella disperazione che si trova la forza più grande per resistere e continuare a fare quello che ci piace”.

Ad aprile ha dato vita assieme ad altri nomi del mondo del cinema (come Ettore Scola ed Elio Germano) alla Scuola d’Arte cinematografica “Gian Maria Volontè”. Una scuola popolare, aperta a coloro che possiedono la licenza media e nel pieno della Magliana, zona non certo famosa per le sue attività culturali. Come mai?

“È stato un pensiero infantile venuto durante una passeggiata con Daniele Vicari (con cui nel 2007 realizzò il cortometraggio Trevirgolaottantasette, sulle morti bianche, di cui il titolo riporta la media giornaliera, ndr). Dico infantile perché solo immaginare una cosa così è folle. Poi condividendo il pensiero con altre persone ne abbiamo parlato per anni fino a quando un’istituzione (sì, proprio, una bella rarità) se ne è interessata ed è iniziato il tortuoso cammino tecnico per arrivare all’inaugurazione. Ora è iniziata la vera esperienza e solo pensare che più di 60 ragazzi non paghino per studiare mi fa stare bene”

E a proposito di violenza, il razzismo di Militia e Casapound non si discosta dal dramma di Firenze. In che modo pensa che il cinema possa costituire una risposta all’odio del diverso e all’umiliazione del più debole?

“Il cinema serve sempre se non si limita a compiacere chi guarda. Quindi guardare da sotto, di traverso, da lontanissimo temi come questo può essere il modo migliore per continuare a capire. Anche quando sembra che ci sia poco da capire come nel recente caso della strage di Firenze”.

Vede una discontinuità tra i precedenti ministri dei beni culturali e l’attuale, Lorenzo Ornaghi, rettore di un’università privata e cattolica, nonché allievo di Gianfranco Miglio?

“Ci devo pensare”.

Cosa si aspetta più in generale dal governo Monti?

“Non ho capito la domanda”.