“Nessuno di noi pensa che la sua vita sia finita”. Termina così, chiarendo immediatamente il taglio gioioso e sbarrando la strada a mielose nostalgie,  il volume di Enrico Scuro, fotografo di riferimento del “movimento”,  I ragazzi del ’77 (Baskerville/Sonic Press), che verrà presentato il 16 dicembre alla libreria Ambasciatori. La risposta a tutte le domande che istinto e  memoria reclamano è sì, ci sono tutti; ci sono i luoghi, i personaggi, l’università, la polizia, i cortei, i dolori, le vittorie e c’è anche un drago.

Ma Scuro (in collaborazione con Marzia Bisognin e Paolo Ricci) al fianco della Storia ha selezionato e mostrato anche le storie di tutti; le facce, le mattine, i vestiti, i corpi nudi, le sigarette, le poltrone, i tetti delle persone che hanno vissuto quegli anni a Bologna. Un volume fotografico dunque? Non solo, dato che ci sono anche tante parole. Un romanzo commentato da immagini? Non proprio. Un’autobiografia collettiva? Quasi. Letteratura 2.0, forse è la definizione più esatta.

Per acclimatarci subito al clima ’77 basta domandare da quale idea nasce questo volume…

“Non c’è un’idea. Io credo nel caos primordiale e sotto l’egida di tale caos è nato nato questo libro”.

Scopriamo allora il piano del caos..

“A Natale dello scorso anno sono entrato a far parte della comunità di Facebook e ho inziato a postare le mie fotografie di quel periodo. Alcuni di coloro che erano ritratti nelle foto hannno subito inziato a commentarle. Dopo un paio di settimane quelli che invece non si sono riconosciuti nelle immagini hanno detto: “Ehi io qua non ci sono, ecco una mia foto di quel periodo… Così facendo siamo arrivati a comporre un mosaico di circa 1000 fotografie mie più 2400 fotografie inserite da altri utenti”.

A quel punto di solito qualcuno dice “Perchè non ne facciamo un libro?”

“Ed è andata esattamente così, però l’idea andava strutturata per bene perché nessuna forma consueta sarebbe stata adatta; un volume meramente di fotografie non andava bene, un libro di racconti nemmeno, mi sembravano tutte cose già fatte. A quel punto, se così posso dire, mi è venuto in mente di scattare una fotografia di quello che c’era su Facebook, di comporre 544 pagine con 1272 fotografie – e tantissimi commenti alle stesse – senza che ci fosse nemmeno una riga scritta da me. Sono 671 le persone che hanno scritto o mandato foto per questo libro”.

I testi dunque non sono altro che i commenti su Facebook alle foto selezionate…

“Esattamente, così come tutte le foto che ho scelto sono su Facebook anche tutti gli interventi scritti sono commenti alle foto presi da Facebook”.

Con quale criterio dunque hai fatto interagire queste foto e i loro commenti?

“Ho pensato cosa fosse questo lavoro, sono partito dalla natura stessa del progetto per dargli un’articolazione che ne rispettasse l’anima. La cosa che mi son detto è che questo non è un libro sul 77 ma un volume sui ragazzi che hanno fatto il 77, non mi limito a raccontare un’epoca ma mostro le storie di migliaia di persone in quell’epoca. In quest’ottica ho suddiviso il lavoro in capitoli – più tradizionali se vogliamo – che narrano gli eventi da un punto di vista storico, e in altri capitoli che io definirei antropologici che sono quelli di costume”.

Data la curiosa forma di interazione fra immagini e scritti questo è un volume che dove lo apri incomincia. Possiamo dire che il volume è una sfida anche sotto il punto di vista del linguaggio narrativo?

“Certamente, il volume ha un linguaggio “alla Facebook”, lo puoi navigare più che leggere. La nostra sfida era proprio questa. Per me Facebook è uno strumento e lo uso come voglio; attraverso di esso il mio materiale lo trasformo da reale a virtuale e dal virtuale lo rimetto su carta stampata, e ne faccio un volume che sembra un album delle foto di famiglia unito ai diari che scrivevamo da giovani, con l’appunto sotto la fotografia”.

Ogni volume fotografico è, da un certo punto di vista, un corpo a corpo col tempo, con lo scorrere degli anni e delle nostre vite. Che effetto ha avuto su di voi rivedervi in queste immagini?

“Ci ha fatto venire voglia di rivederci davvero, fisicamente, oltre quelle stesse immagini. E sin dal primo incontro, dopo 35 anni, sembrava fossero passati solo cinque minuti dall’ultima volta in cui abbiamo mangiato insieme. In tutti noi quello spirito è rimasto intatto anche  dopo 35 anni. Abbiamo battuto il tempo”.

A volte si tende ad indentificare la storia del ’77 a Bologna attraverso alcuni volti noti mentre questo lavoro…

“Questo è il libro di tutti gli altri. Certo ci sono anche compagni e amici più o meno noti, ma non è solo attraverso di loro che ho voluto raccontare questa storia. Qua davvero ci siamo tutti, le nostre facce oggi sono note, meno note, assolutamente ignote”.

La tentazione di tirare le somme, di fare il punto su vittorie e sconfitte vi ha sfiorati?

“Direi che tutti insieme abbiamo fatto il punto, il volume inzia con un capitolo che s’intitola  “Eravamo e adesso siamo” e si chiude con il capitolo Ritorno al futuro. Non c’è senso di sconfitta in questo volume. Certo, sotto un certo punto di vista hanno vinto coloro che ci stanno portando nel baratro attuale, ma alcune grande battaglie civili le abbiamo vinte, ma prima ancora le abbiamo poste. Questa è stata la nostra vittoria”.

Cosa non ti convince circa il racconto che l’opinione pubblica e la politica fanno di quel periodo?

“Far passare quegli anni unicamente come di piombo e basta. Questo è un errore. Il piombo c’è stato ma c’era pure una ricerca culturale nuova e una progettualità per il futuro – dall’urbanistica alla società al rapporto fra persone –  assolutamente innovative. Non cercavamo soluzioni meramente politiche, ponevamo domande nuove per una vita nuova. La musica. Rivedendo alcune mie foto di Umbria Jazz, di parco Lambro molti mi hanno fatto capire che quell’atmosfera era stata un po rimossa quasi dimenticata, molti mi scrivevano: “Sono talmente cambiato, è talmente diversa quella vita rispetto a quella che conduco oggi che quasi non mi ricordavo di averlo fatto. Se non avessi ritrovato le tue foto non mi sarei immaginato che anch’io ero così”.

Perchè il ’77 è stato in quel modo solo qua? Quel era lo stigma di unicità di Bologna?

“La fantasia, la creatività, la fame di felicità. La mia storia è quella di una parte, quella del Dams – quando mi sono iscritto dovevano ancora uscire i primi laureati – sono convinto che l’ala creativa del movimento abbia esercitato un influsso molto forte sul movimento bolognese. Magari facendo da contraltare all’ala meramente politica più tradizionale (peraltro presente in tutta Italia)”.

Riguardo la creatività, anche oggi è tempo di draghi nelle piazze ma il primo era vostro…

“Ho potuto ricostruire la storia di quel drago facendo il volume. Fu un’idea per fare una manifestazione non autorizzata il giorno di carnevale, uscimmo mascherati in migliaia e nel corteo si stagliava il drago (che avevamo progettato e costruito nei giorni precedenti). “Vediamo se caricate un pupazzo” sfidavamo le autorità. Ci tengo a precisare che con quel famoso  drago entravano per la prima volta in una manifestazione politica degli elementi scenici. Prima del 77 le manifestazioni erano quelle classiche sindacali o di partito degli anni sessanta, mentre i nostri cortei sono quelli che si fanno ancora oggi”.

Ci sarà un nuovo ’77?

“Non credo, o meglio non così. Gli anni settanta erano il rifiuto di quella forma di benessere conformismo anni sessanta che veniva appiccicata a tutto, dalla famiglia tradizionale, al lavoro alla cultura etc. Quello di oggi invece è un periodo di crisi profonda in cui secondo me il peggio deve ancora venire; la gente ridotta alla fame e alla miseria potrà ribellarsi ma per disperazione non per ricerca della felicità. Noi non volevamo un posto di lavoro fisso, essere dipendenti per tutta la vita; volevamo poter cambiare.  Ora è esattamente il contrario, perché è cambiata la fase storica. Noi avevamo un certo benessere, e volevamo la felicità. Era una fame diversa la nostra. Presto sarà fame e basta”.

Cosa ha fatto più male al movimento?

“L’eroina, senza dubbio; ha rincoglionito molte persone ne ha ammazzate altre”.

Cosa non hai fotografato del ’77?

“La gente che faceva lautostop. Gli zaini. Quella cosa lì. Ma nel libro c’è, fotografato dagli altri. Ecco a cosa serve essere oltre mille autori”.

di Cristiano Governa