Come donna non posso proprio restare indifferente di fronte a quello che è emerso ancora una volta dalla Relazione sullo stato sanitario del Paese di ieri mattina: il 10% dei parti in Italia si fanno ancora in piccoli ospedali, poco sicuri, che garantiscono meno di 500 parti all’anno… mentre gli esperti dicono che se in un ospedale non se ne fanno 1.000 all’anno, rischiano di più la vita sia la mamma che il bambino. Ancora, emerge che quasi il 40% dei parti avviene con taglio cesareo, con notevoli differenze tra le Regioni, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica che dovrebbe essere il 15-20%. Se poi vediamo cosa accade nelle case di cura private accreditate, la percentuale di cesarei sale addirittura al 60%.

Che cosa significa tutto ciò? Diciamo che le ragioni sono diverse, alcune fisiologiche (le donne italiane partoriscono tardi), altre patologiche (un cesareo è più remunerativo per un ospedale rispetto a un parto fisiologico, è più facilmente programmabile e viene percepito come migliore strumento di medicina difensiva). Se poi aggiungiamo che spesso sono le donne stesse che lo chiedono perché temono il dolore e non possono usufruire dell’analgesia epidurale, e perché pochi spiegano loro che un cesareo è un vero e proprio intervento chirurgico e come tale ha di per sé dei rischi, il quadro è chiaro. E questo è anche un esempio dello spreco di risorse economiche che avviene nella nostra sanità, e la Relazione del ministro lo spiega bene, portando altri dati interessanti sui ricoveri inutili.

Ma è tempo di ristrettezze e il futuro non è roseo. Se non spendiamo bene quel poco che ci resta, a farne le spese saremo sempre noi, perché per risparmiare si taglierà ad esempio sulle terapie innovative per curare malattie gravi. Tra queste ci sono le neoplasie, come si legge nella Relazione del ministro, tra le principali cause di morte in Italia.