L’uscita di scena della Gran Bretagna dalla stanza dei bottoni Ue, inevitabile dopo il veto di Cameron all’accordo sulla riforma dei trattati dello scorso weekend, potrebbe paradossalmente portare a un grosso risultato per l’Europa: l’approvazione della Tobin Tax. Si perché proprio Londra è notoriamente il freno maggiore all’entrata in vigore di una tassazione sulle rendite finanziarie a livello comunitario. Inutile ricordare che la City è il cuore pulsante della finanza mondiale. E a ridere sotto i baffi, è soprattutto il presidente francese Nicolas Sarkozy.

Proprio la Francia negli ultimi anni si trova in prima linea nella proposta di una Tobin Tax in Europa, tant’è che Sarkozy ne ha fatto la soluzione magica per la crisi economica della zona Euro nonché il cavallo di battaglia della sua campagna per le elezioni presidenziali della prossima primavera. Quella che Sarko definisce “tecnicamente possibile, finanziariamente necessaria e moralmente inevitabile”, potrebbe essere per l’Eliseo una delle risposte più efficaci alla crisi del debito, in quanto permetterebbe non solo di tassare un settore concausa dell’attuale situazione di instabilità, ma soprattutto di reperire risorse fresche fresche da versare nelle dissanguate casse europee.

Ma all’euforia francese sulla Tobin Tax, “che toglie ai ricchi per dare ai poveri”, a Bruxelles da sempre fa da contro altare lo scetticismo, per non dire l’aperta contrarietà, anglosassone. John Osborne, ministro britannico alle finanze, lo ha detto chiaramente all’Ecofin di novembre: “Non perdiamo tempo su un argomento sul quale non ci sarà mai unanimità. Una simile tassazione è completamente inutile se non imposta a livello mondiale” e, allo stato attuale delle cose, “si ripercuoterebbe solo su cittadini e pensionati”. Un’opinione piuttosto discutibile, che non prende in considerazione i reali interessi britannici, o meglio della City di Londra, vero centro nevralgico della finanza europea, anzi mondiale, che costituirebbe il bersaglio numero uno della Tobin Tax.

“Una tassa sulle transazioni finanziarie? E’ come se ai francesi si chiedesse un’imposta sul formaggio”, ha abilmente sintetizzato il premier Cameron. Si perché, in fondo, la partita è tutta franco-britannica, gli uni interessati a reperire risorse fresche ed ergersi a paladini dei più deboli (mantenendo al contempo al riparo i propri interessi nazionali) e gli altri resti a sborsare anche un solo pound per una crisi che coinvolge una moneta che non è la loro. Ma l’auto espulsione della Gran Bretagna dalla cabina di regia europea, condannata dai principali analisti internazionali come un harakiri politico e diplomatico, sta inevitabilmente cambiando gli equilibri. In una recente lunga intervista al quotidiano Le Monde, Sarkozy è riuscito a malapena a celare la soddisfazione per l’uscita di scena del rivale Cameron. “Abbiamo fatto di tutto, la Cancelliera e io, affinché gli inglesi facessero parte dell’accordo. Ma ormai ci sono chiaramente due Europe. Una che vuole prima di tutto la solidarietà tra i Paesi membri e regole. L’altra che si attacca alla sola logica del mercato unico”. Insomma, parafrasando il sornione Sarkò, da una parte i buoni e dall’altra i cattivi.

E Cameron? Nessuna risposta diretta per il momento, d’altronde il Premier tory è troppo occupato a parare i colpi delle critiche interne sul veto al Consiglio europeo del 8 e 9 dicembre. Secondo Nick Clegg, vicepremier e leader dei liberal, Cameron avrebbe trascinato il Regno Unito fuori dal decision making dell’Unione europea in un momento chiave, ovvero esattamente quando si stanno gettando le fondamenta di quella che sarà in effetti la nuova governance economica comunitaria. Per questo il leader laburista si è perfino rifiutato di sedere nella Camera dei Lords a fianco di Cameron quando questi ha riferito l’esito della sua missione a Bruxelles.

Tutto questo a vantaggio di Parigi, che, corroborata dal sussulto italiano, resta a fianco di Berlino alla guida finanziaria d’Europa. Una piccola rivincita per il decennale tentativo francese, mai andato in porto, di cancellare il cosiddetto UK rebate, ovvero il rimborso che ogni anno la Gran Bretagna prende da Bruxelles per l’inferiore utilizzo di fondi per l’agricoltura rispetto agli altri Stati membri, come negoziato sotto lo slogan I want my money back da Margaret Thatcher nel 1984.