E adesso tutti a interrogarci sul perché della strage “americana” di Firenze. Americana, sì, gli ingredienti ci sono tutti: lo scrittore appassionato di esoterismo e con frequentazioni fasciste che in un “pomeriggio di un giorno da cani” impugna la sua 357 magnum e decide di vendicare sconfitte, frustrazioni, crisi personali e globali colpendo quella parte di umanità che odia. I “negri” che “infettano” la sua Firenze, quelli alti, con la pelle scura come la pece e gli occhi bianchissimi che girano la città trascinandosi sacchi di false cinture Armani e di borse Vuitton a poco prezzo, quelli che al semaforo ti sporcano il vetro con le loro scope zuppe di acqua fetente. Due morti, il caricatore quasi svuotato, e poi l’inseguimento e la fine in un garage. La canna della pistola premuta sulla gola, un colpo solo, sangue dappertutto.

E noi ci chiediamo in quale terra affondano le radici dell’odio, in quale humus si nutrono e trovano le forze per espandersi. Noi, gli italiani che per anni hanno sorriso alle scellerate performance di gente come Borghezio che andava a disinfettare i vagoni dei treni dove viaggiavano le ragazze ghanesi, noi che abbiano pensato che gente come lo sceriffo Gentilini fossero solo la patetica espressione di un razzismo buono per raccattare qualche voto. Noi che non abbiamo capito che quelle manifestazioni di razzismo, di xenofobia e di chiusura nei nostri piccoli confini, erano il frutto di una formidabile macchina della paura. Costruita in modo scientifico, notizia dopo notizia, tg dopo tg, editoriale dopo editoriale. Sempre il ladro di ville era slavo, lo stupratore romeno, lo spacciatore senegalese, la puttana nera o albanese. Su tutto ciò sono state costruite leggi sull’immigrazione tra le peggiori d’Europa che hanno aggravato le condizioni di vita dei migranti e resa sempre più difficile la loro integrazione.

Con Umberto Bossi “Fora dai ball” è diventata linea di governo. Il razzismo ha alimentato le scelte della politica e ne è stato a sua volta nutrito. E non è questione di Nord e Sud. Perché se pochi giorni fa la folla che devastava un campo rom a Torino urlava slogan in accento sabaudo, tre anni fa gli stessi slogan erano ritmati in napoletano. A Torino hanno voluto dare una lezione ai rom per lo stupro inventato da una ragazzina incosciente e malcresciuta, a Napoli, al grido di “appicciamme ‘ e zingari” devastarono un intero campo per un’altra notizia sbagliata, il tentato rapimento di una bambina. A Torino si sono accorti dopo che la ragazzina aveva inventato tutto per paura di genitori ossessivi. A Napoli si capì dopo il raid che il terreno dove sorgeva la baraccopoli faceva gola alla speculazione e alla camorra.

Sempre dopo, solo dopo, senza che nessuno chieda scusa e poi si interroghi e infine strappi per sempre le “radici dell’odio”. Si va avanti fino al prossimo episodio.

Cosa succede in questi giorni a Rosarno? Ricordate la rivolta violenta dei raccoglitori di clementine, e la risposta, altrettanto violenta, dei rosarnesi due anni fa? C’erano lavoratori stranieri trattati come schiavi che vivevano in condizioni disumane. Costretti a convivere e a farsi sfruttare da altri, dalla pelle bianca, italiani del Sud, con i loro mandarini che non valgono un centesimo sui mercati, le loro crisi. Ci furono scontri, sangue, la cacciata del negro dal paese, e tutti giurarono mai più e promisero interventi per migliorare le condizioni di vita dei braccianti di colore. Si è fatto meno di zero.

A Torino pochi giorni fa e prima a Napoli è gente di periferia quella che si è scagliata contro gli zingari, gente che ha perso il lavoro, pensionati che non ce la fanno a tirare avanti, uomini e donne che sanno che la crisi peggiorerà la loro vita. E allora lo zingaro, il negro, la puttana albanese, diventano il nemico sul quale sfogare la rabbia. Eppure c’è chi ancora crede nel grande cuore di questo Paese, sono 900 rifugiati africani ospitati negli alberghi della periferia napoletana. Sono fuggiti da guerre, carestie e fame, non hanno assistenza sanitaria e legale e vivono con un ticket di 2,50 euro al giorno. Hanno scritto una lettera aperta: “Siamo spiacenti di affollare i semafori chiedendovi l’elemosina di qualche centesimo, vendendovi fazzoletti o pulendo i vetri delle vostre auto. Vi chiediamo di aiutarci a ritrovare i nostri diritti”.

Il Fatto Quotidiano, 14 dicembre 2011